lunedì 8 giugno 2020

Introduzione al pensiero critico

TSpesso sentiamo dire che è necessario saper pensare in modo critico, ma cosa significa di preciso? Inoltre, è un’abilità innata o è qualcosa che è possibile apprendere?
Si tratta di studiare delle definizioni e delle categorie logiche o è più una cosa pratica?
È qualcosa che bisogna sapere per fare un certo tipo di lavoro o è più un’abilità trasversale?
 
Ci sono molte definizioni di “pensiero critico”, ad esempio il pedagogista Robert H. Ennis lo definisce come “un pensiero razionale e riflessivo focalizzato a decidere cosa pensare o fare.
Oppure Moore and Parker lo classificano come “l’attenta applicazione della ragione nel determinare se una affermazione sia o meno veritiera”.
Abbiamo quindi a che fare con qualcosa di intenzionale, che coinvolge la parte logica e razionale del nostro pensiero, legato ai nostri giudizi e che può venir applicato a moltissimi problemi, sia del mondo delle idee che del mondo reale.
 
Il pensiero critico risulta in questo modo essere una sorta di strumento intellettuale, formato da una serie di skills ovvero di competenze da apprendere e da saper utilizzare adeguatamente.
A me piace paragonarlo ad una tool box, una cassetta degli attrezzi, un accessorio da tirar fuori al bisogno, un po' come Toodles,  avete presente? Se siete giovani avrete senz’altro visto almeno una puntata della Casa di Topolino. Quando i nostri affezionati personaggi hanno bisogno di uno specifico strumento chiamano ehi Toodles e lui appare magicamente dal nulla e mette a disposizione ciò di cui hanno bisogno.
Perciò innanzitutto dobbiamo confezionarci la nostra bella cassettina, con tutti gli accessori: ci saranno sicuramente gli indispensabili e poi quelli più particolari.
Poi ovviamente chiunque è libero di personalizzarla come più gli piace. Allo stesso modo, essendo ognuno di noi diverso dagli altri e con una propria storia culturale ed esperienziale, potrà costruirsi la propria visione del mondo che, come la nostra tool box, potrà migliorare, arricchendosi di nuovi strumenti oppure, se non le dedichiamo abbastanza cura, essa potrà arrugginirsi o potremo perdere i nostri cacciavite e i nostri metri per la strada.
Ma quali sono questi strumenti intellettuali che dobbiamo apprendere? Visto che non li possiamo andare a comprare al Leroy Merlin dobbiamo dedicare tempo e impegno in questo continuo processo che è la formazione del pensiero critico.
Dovremo quindi conoscere come funziona il nostro cervello, quali sono i nostri pregiudizi, imparare a porre le giuste domande, l’uso della logica, lo scetticismo, come raccogliere e usare le informazioni, considerare nuovi punti di vista mettendoci in discussione.
Inoltre sarà anche raccomandabile imparare ad utilizzarli questi attrezzi: così come non serve a nulla un martello se non lo sappiamo usare, è inutile sapere a memoria le categorie logiche, i bias e le euristiche ma non saperle riconoscere quando le abbiamo davanti.
Io spero che ognuno possa fabbricarsi la sua cassetta del pensiero critico, pian piano ma con costanza, in modo tale da avere una visione del mondo e di se stessi un po' più consapevole, riuscendo perciò a prendere decisioni che rispecchiano veramente noi stessi.
Per essere coscienti del nostro punto di vista e magari poterlo anche cambiare.
Per capire le motivazioni che stanno dietro ai nostri giudizi.
Per riuscire a pensare meglio e in modo più chiaro, limpido alle questioni del mondo reale.
Per fare scelte migliori per noi stessi, a cominciare dal non farsi ingannare dai facili claim commerciali di vari prodotti fino a riuscire a trovare davvero la nostra strada, quel percorso che ci potrà far sentire soddisfatti della nostra vita.
È una roba complessa? Sì, parecchio, ma non è impossibile perché nessuno nasce “imparato” e tutti dobbiamo apprendere queste skills e riuscire ad applicarle ai contesti di vita (dalla vita privata a quella professionale o scolastica).
Io credo che quelle del pensiero critico siano abilità fondamentali da possedere per vivere attivamente nel mondo.

Riferimenti per approfondire:
Cohen M. Critical thinking skills. John Wiley and sons, 2015

giovedì 4 giugno 2020

Nobelist gone wild

Tutti possiamo cadere preda di idee bizzarre, anche perché non possiamo essere competenti in tutte le discipline, specializzati in ogni cosa (a parte i tuttologi su Facebook, loro sanno sempre tutto).
Di conseguenza avremo sviluppato delle skills, delle competenze, che possono essere specifiche di quella disciplina e non trasferibili su altre.
Ad esempio le leggi della meccanica quantistica sono applicabili al mondo microscopico e nell'ambito della fisica, e le leggi delle scienze sociali al mondo dell'essere umano. Non si possono dire cose come "la particella sa di essere osservata e quindi si comporta in questo modo" oppure "due persone sono legate emotivamente perché hanno le particelle entangled" e cose del genere.
D'altro canto esistono anche competenze che possono essere trasferite in diverse discipline. Pensiamo ad esempio a Daniel Kahneman (così per prenderne uno a caso...) ovvero uno psicologo che ha ricevuto il Nobel in economia per i suoi studi che hanno avuto applicazioni fondamentali in questa disciplina.
Non mi risulta che Kahneman sia caduto preda del "Nobel disease", ovvero
"L'apparente tendenza di un sorprendente numero di vincitori di Premi Nobel nelle scienze di cadere preda di affermazioni estremamente dubbie." (In caso fatemi sapere...)
Ma cosa predispone delle persone con un'intelligenza sopra la media a compiere disastrosi errori nel pensiero critico?
Fondamentalmente possiamo trovare questi fattori:
  • Errori cognitivi: tutti li facciamo e spesso non ne siamo nemmeno consapevoli, siamo "ciechi alla nostra cecità"
  • Senso di onnipotenza e invulnerabilità
  • Narcisismo
  • Eccessiva apertura mentale
  • Il "guru complex" (di cui ho già parlato)
Da questo possiamo vedere come un alto livello di intelligenza non implichi necessariamente una sorta di immunità contro l'irrazionalità.
Inoltre il Premio Nobel non è certo un indicatore infallibile della brillantezza scientifica. Pensiamo a quante menti brillanti che, purtroppo, non hanno potuto ricevere questo riconoscimento.
Questa è una ragione in più per non affidarsi al principio di autorità: una affermazione non è vera solo perché viene detta da una persona illustre o autorevole.
Nella Scienza non conta il principio di autorità, ma i dati, i fatti, che vanno correttamente interpretati e scremati da tutti i bias.
Conosci la storia di Louis J. Ignarro?
Dopo aver conseguito un dottorato in psicofarmacologia all'Università del Minnesota, negli anni '70 scoprì un nuovo meccanismo di dilatazione dei vasi sanguigni che gli valse il Nobel nel 1998.
Pochi anni dopo fu assunto come consulente dall'azienda Herbalife (sì, proprio quella degli integratori e delle vendite piramidali).
Ignarro lavorò a un mix di aminoacidi, vitamine e antiossidanti che avrebbero dovuto combattere il colesterolo nei soggetti sedentari.
Fece degli studi in cui mise a confronto soggetti sedentari che ricevevano il mix (chiamato "Niteworks") con i soggetti che non assumevano il preparato.
In effetti il Niteworks era correlato a una minore incidenza di problemi coronarici alle arterie.
Un ottimo risultato, no?
No, perché i soggetti sperimentali erano...topi! Ignarro riferì che "What's good for mice is good for humans" (Evans, 2004).
Quindi, non solo estese in modo improprio i risultati ottenuti da topi sugli umani, ma pubblicò lo studio senza nemmeno dichiarare i suoi conflitti di interesse con l'azienda Herbalife.
Studi indipendenti successivi hanno dimostrato l'inefficacia del Niteworks sugli esseri umani.
Come abbiamo appena visto, siamo tutti umani e anche uno scienziato può essere un po' troppo innamorato delle sue idee e non considerare le evidenze empiriche che lo contraddicono.
Quindi, prima di credere alle dichiarazioni sulla memoria dell'acqua di Luc Montagnier o sull'AIDS di Kary Mullis solo perché sono premi Nobel, chiediamo le prove!


Per approfondire: Sternberg 2007-2020

venerdì 17 aprile 2020

Approcci allo studio delle decisioni

Ti sei mai chiesto come fa una persona a prendere una decisione di qualsiasi tipo? Ogni giorno noi prendiamo moltissime decisioni in merito a svariate cose riguardanti tutti gli ambiti della nostra vita: se accettare o meno quell'invito su Zoom, se fare o meno il follow back a quel tale che ha iniziato a seguirci su Instagram, se ordinare la pizza capricciosa o la bufalina, che nuova tariffa fare per il traffico Internet...
Insomma, siamo messi costantemente davanti a un bivio, ma sembra che, nonostante tutto, ce la caviamo bene no? Certo magari ogni tanto non faremo la scelta più soddisfacente per le nostre esigenze ma bene o male prendiamo decisioni rapide e che ci sembrano logiche.
Giudizi e decisioni sono stati ampiamente studiati da varie discipline, in particolare dall'economia, dalla psicologia, dalla filosofia, dalla matematica e dall'informatica e abbiamo infatti un approccio multi-disciplinare e trasversale a questo tema molto interessante.
Inizialmente si pensava che l'essere umano prendesse decisioni ed esprimesse giudizi seguendo un approccio logico-matematico, in linea con i principi della razionalità formale.
Ma, come ben sappiamo, non siamo tutti dei robot che seguono le leggi della logica formale, persino Sheldon Cooper che appare come la razionalità fatta persona, si affida ogni tanto a risorse che esulano da questo approccio freddo e utilitaristico.
Infatti un punto di vista di questo tipo (detto "approccio normativo") prende in considerazione le persone come se fossero degli individui idealizzati, costantemente coerenti con se stessi e senza vincoli di tempo e capacità.
Sappiamo che siamo tutt'altro che individui ideali di questo tipo, infatti esiste un secondo approccio ("approccio descrittivo") che tenta di elaborare dei modelli capaci di prevedere e spiegare il comportamento reale delle persone.
Ricercatori come Kahneman e Tversky hanno approfondito gli studi in questo campo osservando come gli individui molto spesso non fanno affidamento a un modo di decidere logio-razionale, ma utilizzano delle "scorciatoie", dette anche "euristiche" che molte volte funzionano benissimo per la nostra vita quotidiana.
(Di questo concetto ne ho parlato nelle storie in evidenza "Fast and Slow")
Un terzo approccio ai processi decisionali è quello detto "prescrittivo" che si propone di educare ed istruire le persone verso comportamenti che possano evitare o ridurre gli errori, tenedo conto delle loro limitazioni cognitive.
Quindi è una sorta di sintesi che cerca di avvicinare i primi due approcci: sappiamo che l'essere umano non segue sempre le leggi della logica formale e spesso prende decisioni che si basano su biases (errori) cognitivi ma possiamo sempre cercare di suggerire procedure e insegnare modalità per correggere e migliorare la sua strategia decisionale.

martedì 7 aprile 2020

L’ipnosi fa parte del nostro immaginario collettivo. Chi non ha mai visto in qualche film il classico ipnotizzatore con i baffi e lo sguardo penetrante che cercava di far cadere una persona in uno stato di trance ipnotica? Magari per farla saltellare su un piede oppure, nel caso di una spia, per compiere un omicidio.
È possibile obbligare una persona a compiere un’azione contro la sua volontà tramite induzione ipnotica?
Mi dispiace deludervi ma la risposta è no, quindi quando si vedono scene cinematografiche in cui un pendolo oscillante costringe una persona a farne fuori un’altra si tratta, appunto, di una scena da film.
Perché non è possibile? Ci sono diverse ragioni.
In primo luogo la trance indotta non è qualcosa di magico e misterioso ma è una suggestione auto-indotta in cui l’ipnotizzatore agisce solo come una guida.
In secondo luogo la persona si deve lasciar ipnotizzare, quindi guidare, dall’ipnotizzatore: nessuno può entrare in questo stato dissociato contro la sua volontà, deve collaborare attivamente nel processo.
In terzo luogo noi sperimentiamo quotidianamente questo stato, seppur in modalità e con gradi differenti. Non ci credi? Pensa a quando sei alla guida della tua auto per andare al lavoro, percorrendo la solita strada per cinque anni, che conosci come le tue tasche: ti è mai capitato di guidare senza accorgertene?
Mi spiego meglio: guidando pensi ad altro, magari anche in modo intenso e ad un certo punto ti rendi conto di essere arrivato a destinazione ignorando completamente un pezzo di strada! Non ne hai memoria perché non eri consapevole di star guidando!
Ma quindi l’ipnosi è solo un trucchetto da maghi o serve a qualcosa?
L’ipnosi, essendo un fenomeno naturale, un effetto delle nostre caratteristiche psicologiche e fisiologiche, può certamente essere utilizzato in modo costruttivo.
Ma bisogna andarci con i piedi di piombo e non affidarsi al primo ciarlatano che incontriamo che promette di “risvegliare le nostre energie nascoste” o di “guarirci con il potere della mente quantica”.
Questo strumento può essere utilizzato in modo terapeutico solo dai professionisti della salute competenti (psicoterapeuti) con un’adeguata formazione in merito. In questo modo la persona può essere aiutata a migliorare i suoi comportamenti patologici.

Per approfondire:
Nardone G., Loriedo C., Zeig J., Watzlawick P. Ipnosi e terapie ipnotiche. Editore Ponte alle Grazie, 2006.

lunedì 2 marzo 2020

Le nostre peggiori paure

Stai dormendo e un rumore improvviso ti fa svegliare. Apri gli occhi e ti ritrovi con mani e piedi legati intorno ad una sedia, la bocca sigillata con del nastro adesivo.
Alla tua destra vedi dei bisturi chirurgici, una motosega e un panno sporco di sangue in terra.
Volgi lo sguardo a sinistra e su un tavolo di acciaio ci sono una fila di siringhe, dei beker con sostanze colorate e alcune provette con dei simboli che rappresentano un pericolo biologico.
Un uomo con una tuta bianca e una mascherina si sta dirigendo verso di te con qualcosa in mano.
Sei atterrito.
Bloccato, non puoi fuggire e il contesto in cui ti trovi ti fa pensare che subirai parecchio dolore e probabilmente verrai contagiato con qualcosa di orribile.

In una sola scena abbiamo condensato le tre declinazioni della paura umana:
il dolore, la prigionia e la contaminazione.
Queste paure, benché talvolta giustificate, vengono abilmente sfruttate dai mass media per aumentare l'audience, nonché da quei personaggi che sfruttano il terrore per seminare caos e distruzione.
In questo contesto, le parole sono molto importanti: possiamo descrivere un oggetto, una situazione in molti modi diversi, i quali evocheranno emozioni altrettanto differenti.
Pensiamo, ad esempio, ad un intervento chirurgico per togliere un organo. 
Se la descrizione verrà fatta con un linguaggio tecnico-specialistico relativo alla chirurgia potrà sembrare qualcosa di neutro.
Invece, se provassimo ad empatizzare con il paziente e a descrivere l'intervento dal suo punto di vista, le emozioni evocate saranno assai diverse.
La paura è un'emozione fondamentale, ci ha permesso di non finire in pasto ai leoni e giù da alti dirupi.
Oggi, però alcune paure sono sfruttate per scopi non proprio nobili.
Le paure legate alla prigionia e al dolore fisico sono facilmente comprensibili da tutti, ma la contaminazione è qualcosa di più sottile e che si manifesta in molti modi.
Pensiamo alla chemofobia (la paura della chimica): tutte quelle scritte sul cibo come "non contiene additivi chimici" o "di provenienza naturale" ci tranquillizzano anche se, razionalmente, non sappiamo definire con precisione di cosa dovremmo avere paura, né in che dosi si possano manifestare degli effetti negativi sulla nostra salute.
Se leggessimo "aggiunta di acido ascorbico" ad un prodotto lo considereremmo dannoso?
E se invece ci fosse un'aggiunta di "vitamina C"?
In realtà si tratta della stessa molecola ma nel primo caso vengono evocate paure legate alla "contaminazione" e all'artificialità del prodotto, invece la "vitamina C" ci fa pensare alle arance, al sole e al benessere.
Due modi diversi per descrivere la stessa cosa.
La molecola in causa, infatti, è identica sia che la produciamo in laboratorio sia che la estraiamo dalle arance.
È una affermazione molto controintuitiva, perché spesso pensiamo che le sostanze siano diverse se diversa è la loro origine, ma questo è un pregiudizio fondato appunto sulla nostra paura della "chimica" perché evoca immagini legate all'inquinamento e perciò alla paura della contaminazione.
Certamente bisogna stare attenti ad ogni possibile pericolo e fare di tutto per limitare ogni danno alle persone e all'ambiente in generale, ma talvolta si sfiorano scenari assurdi.
Ad esempio non c'è ragione di preferire un insaccato a cui sono stati aggiunti nitriti di origine "naturale" a nitriti "artificiali": le molecole sono uguali, e lo scopo conservante è il medesimo. Semmai si rende necessario il consumo limitato di carni conservate, secondo le indicazione dell'O.M.S.
Dobbiamo ricordare che la chimica è solo chimica, non le si possono attribuire caratteristiche di tipo etico.
Non esiste una "chimica buona" fatta di prodotti non nocivi, adatti all'agricoltura biologica, biodegradabili a cui si oppone una "chimica cattiva" che inquina l'ambiente, i terreni e nuoce a persone e ad animali.
È semplicemente una scienza che produce strumenti e conoscenze: sta a noi decidere in che modi e per che scopi utilizzarla.
I problemi derivano, semmai, dall'uso scorretto che se ne può fare.
Il monossido di diidrogeno (detto anche volgarmente "acqua") è una sostanza chimica che può essere usata sia per salvare la vita alle persone disidratate sia per ucciderle riempiendogli i polmoni tramite affogamento.
Dovremmo bandire l'acqua?
Un'altra paura, comune ma immotivata, è quella legata al consumo di prodotti geneticamente modificati.
Questi vegetali evocano subito immagini abominevoli, disgustose, che derivano anch'esse dalla paura della contaminazione.
A questa concezione è legato anche un punto di vista figlio del pensiero platonico occidentale caratterizzato da una prospettiva essenzialista del mondo, per cui pensiamo alle cose come dotate di una loro essenza intrinseca.
Mi spiego meglio: cosa rende un cavallo degno della classificazione come "cavallo"?
Quattro zampe, il nitrito, la criniera?
Un cavallo che ha subìto l'amputazione di una zampa non è più un cavallo?
Possiamo definirlo tale se possiede quindi una sua essenza personale, una sorta di "cavallinità" che lo classifica come equino.
Allo stesso modo definiamo una fragola un frutto dotato di una sua essenza personale di "fragolinità".
Modificando il genoma del vegetale ci sembra, in questo modo, di provocare il mutamento artificiale della sua "essenza" e fare questa operazione ci appare un atto contro natura e/o contro dio.
Ma la realtà è un po' differente e, indovinate, complessa.
Per prima cosa: l'uomo ha da sempre fatto una selezione artificiale delle piante (ma anche degli animali) che riteneva i migliori per i suoi scopi (specie più resistenti, produttive, dolci e saporite...) solo che la tecnologia del passato non permetteva cambiamenti veloci e precisi come oggi, che è sempre selezione artificiale ma con mezzi più sofisticati.
Il mais che conosciamo oggi, non è sempre esistito, ma è stato selezionato dall'uomo durante la storia, a partire da una specie di piccola bacca rossastra con qualche chicco.
Seconda cosa: non esiste nessuna "essenza" primigenia delle cose, questa visione deriva da un pensiero dualistico che divide il mondo in materia e spirito, corpo e mente, rifiutando una concezione unitaria per cui tutto è fatto della stessa materia.
Pensare l'esistenza di una mente separata dal corpo, che possa vivere indipendente da esso è alla base di molti fraintendimenti ed è ampiamente sconfermata da innumerevoli ricerche nell'ambito delle neuroscienze. (Un giorno parlerò anche di Damasio).
Quindi, dobbiamo aver paura della paura?
No, solamente saper distinguere le paure necessarie e funzionali da quelle immotivate.
Dobbiamo aver paura di una macchina che ci sfreccia accanto a tutta velocità? Sì, perché questa paura ci permette di reagire adeguatamente ed evitare il pericolo.
Dobbiamo aver paura del mais g.m.? Perché?
Poniamoci domande, cerchiamo informazioni affidabili, rintracciamo le fonti e restiamo scettici di fronte a chi "le spara un po' troppo grosse".

Bibliografia per approfondire:
Fuso S., "Naturale=buono?"
Rosling H. "Factfulness"
Bressanini D., Mautino B. "Contronatura"

venerdì 7 febbraio 2020

Siamo piccioni superstiziosi?

Lo sai che i piccioni sono degli animali superstiziosi?
Lo psicologo comportamentista Skinner ha fatto un esperimento.
In una gabbia ha predisposto una levetta che, abbassandola, avrebbe aperto una finestrella per un breve periodo in prossimità della quale si trovava del cibo.
Il piccione apprende velocemente il meccanismo: preme con il becco la leva e ottiene una ricompensa, insomma il classico condizionamento.
Invece, se togliamo la levetta e colleghiamo l'apertura della finestrella del cibo a un meccanismo che la apre ad intervalli di tempo del tutto casuali, l'animale inizia a comportarsi in modo curioso.
Questo collega eventi molto vicini temporalmente e vedere l'uno come causa dell'altro, creando dei nessi causali che però non esistono perchè l'apertura della finestrella è, abbiamo visto, del tutto casuale: Skinner lo chiama "condizionamento operante".
Facciamo un esempio: il piccione stava becchettando l'ala quando, immediatamente dopo, la finestrella si apre.
Il rilascio di cibo avviene anche altre volte dopo che l'animale ha eseguito questo tipo di comportamento e così inizia a "pensare" che il becchettamento dell'ala causi l'apertura della finestrella e continua a ripetere questo comportamento finchè ottiene ancora il cibo.
Il piccione ha perciò creato un nesso di causalità tra eventi che sono però del tutto casuali e il rilascio di cibo avviene indipendentemente dal fatto che l'animale compia o meno questo specifico comportamento.
Si è quindi creato un meccanismo legato alla ritualità e alla superstizione che esiste anche negli esseri umani, sebbene in misura minore e maggiormente consapevole.
La mattina del giorno in cui dobbiamo sostenere un esame importante usciamo di casa indossando quel particolare paio di calzini perchè abbiamo notato che l'ultima volta che li abbiamo messi l'esame ci è andato molto bene nonostante non fossimo particolarmente preparati: indossare quei calzini potrebbe far aumentare la nostra dose di fortuna.
A conferma del fatto che anche gli esseri umani manifestano comportamenti superstiziosi, c'è stato un esperimento all'Università di Tokio in cui degli studenti furono rinchiusi in stanze singole con tre leve e un contatore collegato ad un computer: il compito era quello di cercare di guadagnare più punti possibili (senza sapere come fare) tenendo d'occhio il contatore che faceva scattare il punteggio.
Ovviamente c'era un trucchetto: i punti aumentavano secondo ritmi totalmente casuali e nulla avrebbe potuto far mutare questo.
Alcuni studenti, premendo le leve e osservando i risultati, capirono presto la completa casualità dell'esperimento ma altri si comportarono proprio come il piccione di Skinner e iniziavano a manifestare comportamenti quali: battere sui muri, arrampicarsi sul tavolo, saltare ripetutamente... 
Questi ragazzi avevano creato dei legami di causalità che però esistevano solo nella loro testa.
E tu, pensi di essere consapevole delle tue superstizioni?

lunedì 3 febbraio 2020

Inventiamo una nuova pseudoscienza!

Oggi ti propongo un divertente esercizio di scrittura creativa.
Proviamo ad inventare una "teoria pseudoscientifica"! Lo so, sembra una cosa complicata ma non ti preoccupare, ti bastano solo pochi consigli, qualche ingrediente essenziale e un pizzico di magia.
Pronto? Cominciamo!
Allora per prima cosa dobbiamo ispirarci ad una o più discipline scientifiche: la medicina e la meccanica quantistica sono le più gettonate in questo periodo, ma sii creativo e attingi anche ad altri ambiti del sapere.
Tranquillo, non servono titoli di studio particolari o conoscenze dettagliate, non vogliamo certo fare i professoroni, ti basta aver sentito qualcosa di vago letto da qualche parte.
Bene, adesso prendi termini a caso da quella disciplina. Se hai scelto fisica, ad esempio, puoi optare per: campo, onda, vibrazione, entanglement, quantistico, frequenza...
Questa è la base per costruire un linguaggio che sembra scientifico ma che non lo è perché verrà usato a sproposito per dare un alone di scientificità a ipotesi assurde e sconclusionate.
Ora occupiamoci dei divertenti salti logici: fingiamo di essere un atleta di salto in alto e alleniamoci nel trarre conclusioni scorrette da premesse vere o verosimili, nella manipolazione dei dati, nella sottile arte di confondere correlazione con causalità.
Usare degli aneddoti è indispensabile per cercare di puntare sull'emotività delle persone: possiamo usare il classico "mio cuggino dalla Svizzera ha detto che..." oppure dare libero sfogo alla nostra fantasia.
Un'altra cosa importante è sapersi concentrare solo sulle fluttuazioni statistiche in modo tale da attribuire il merito del vostro acume a delle semplici casualità.
Se beviamo un centrifugato con frutta quantizzata ad alto peso molecolare e poi vinciamo 200 euro al gratta e vinci possiamo attribuire il merito della vincita all'ingestione di questa potente bevanda. Probabilmente è solo una correlazione casuale ma noi dobbiamo fare in modo che sembri la normale  e prevedibile conseguenza del bere lo speciale centrifugato.
Infine, un uso sapiente del bias da conferma: elencate solo le ricerche che confermano la vostra ipotesi, ignorando le altre o dicendo che le altre sono state finanziate da personaggi immorali, alieni che vogliono condizionare la nostra mente, scienziati pakati, multinazionali, rettiliani, illuminati, terrapiattisti...
Un bel suggerimento è quello di appellarsi al principio di autorità per dimostrare qualcosa, insomma il classico "siccome l'ha detto il dottor Tizio, allora questa cosa è vera". Attenzione, la Scienza non considera il principio di autorità, ma noi siamo nel regno della pseudoscienza, quindi via libera a premi Nobel che hanno poi sbroccato, medici radiati dall'albo, maghi, ciarlatani che vanno in televisione con gli occhiali e i capelli lunghi...
Infine, abbondare pure con le impressioni personali, confondendo i dati con le opinioni, le statistiche con le congetture.
Insomma, l'ideale è fare un bel mischiotto di tutto per tirare fuori qualcosa di evocativo, impressionante e innovativo.
Allora, vi è venuta qualche idea?
Mi raccomando, fatemi sapere in direct o nei commenti. 


Disclaimer: si tratta, ovviamente, di una provocazione che però invita a riflettere circa il proliferare di strambe "teorie" di interpretazione del mondo e sul come fare a riconoscerle. Sul perché succede questo ne parlerò in un altro post.

sabato 1 febbraio 2020

Ma è solo una teoria!

Spesso si sente dire "la teoria dell'evoluzione è solo una teoria, quindi non ci sono prove a sostegno" dando quindi l'impressione che questa sia solo un insieme di congetture, ipotesi, pensieri che non abbiano effettivo riscontro fattuale. 
Vediamo invece perché non è così.
La colpa è dovuta principalmente al fraintendimento della parola "teoria". Nel linguaggio scientifico assume un significato diverso da quello che caratterizza il parlato quotidiano.
Il termine "campo", ad esempio, assume un significato diverso quando di parla di elettromagnetismo o dell'ambito di applicazione di una certa disciplina ("la biologia è il mio campo") o di calcio.
Dunque le parole vado prese all'interno del contesto di riferimento in cui vengono usate.
Perciò, cosa significa "teoria" nel gergo scientifico? Cosa è una "teoria scientifica"?
Sostanzialmente si tratta di un sistema coerente ed esplicativo di un certo gruppo di fenomeni e che è in grado di fare previsioni con una certa accuratezza.
Deve inoltre essere anche falsificabile, cioè deve poter essere confutata da nuovi studi o da esperimenti più precisi. 
Quando nel linguaggio comune si dice "ho la mia teoria su questa vicenda" beh non stiamo certamente parlando di una teoria scientifica, perché qui il termine è usato in sostituzione di "opinione", ovvero è qualcosa di soggettivo e aneddotico, caratteristiche che non appartengono alla Scienza.
Il metodo scientifico, infatti, si pone nell'ottica di eliminare tutto ciò che appartiene alla sfera del personale, dell'opinione, dell'aneddotico, delle prime impressioni, dei pregiudizi e delle credenze pregresse.
Certamente, essendo gli scienziati degli esseri umani e non delle divinità che vivono sul monte Olimpo, succede che qualcuno si innamori un po' troppo delle sue convinzioni personali e perda il contatto con la realtà fattuale, causando anche dei danni notevoli oltre alla diffusione di falsità.
Però esiste la comunità scientifica in cui ognuno vigila sull'operato dei colleghi, non insabbiando eventuali errori ma portandoli alla luce perché lo scopo è anche una sana competizione affinché ognuno dimostri il meglio di sé. Nulla di più lontano da una religione che vuole auto-perpetuarsi e che "paka" il silenzio di chi vi appartiene.


Recentemente ho appreso la vicenda di Michael Holick che perse la cattedra all'Università di Boston perché, innamorato troppo della sua convinzione sulla carenza di vitamina D, perse il contatto con i fatti e con la realtà, arrivando a causare dei danni seri e irreversibili. (Per approfondire rimando alle pagine 199-224 dell'ultimo libro di Beatrice Mautino "La scienza nascosta dei cosmetici").

venerdì 31 gennaio 2020

Tra fisica, psicologia e spiritualità.

Alla fine del 1930 il fisico W. Pauli, (sì, quello del principio di esclusione) sconvolto dal suicidio della madre e reduce dal fallimento del suo matrimonio, cade in una grave depressione e inizia ad abusare di alcol.
Su consiglio del padre decide di farsi curare "da uno bravo", ovvero Carl Gustav Jung.
Lo psicanalista resta colpito dalla sua personalità e tra i due inizia uno scambio epistolare.
Il fisico inizia a interessarsi al mondo onirico e psicologico e cerca di interpretare i suoi sogni.
Nel libro "Psiche e natura" di W. Pauli troviamo dei parallelismi tra la psicologia e la fisica, oltre ad un'analisi della storia del pensiero scientifico attraverso un confronto tra il pensiero alchemico di Fludd e quello scientifico di Keplero.
Per l'alchimista era necessario conoscere i misteri alchemici (accessibili solo per pochi eletti) al fine di avere una comprensione completa dell'astronomia e della realtà. 
Aveva anche una forte avversione per il pensiero quantitativo, privilegiando quello qualitativo.
Il punto di vista di Keplero si pone diametralmente a questo, infatti Pauli lo descrive come un portatore di idee nuove, avendo un approccio matematico-quantitativo che caratterizza il pensiero scientifico.
Pauli ipotizza delle immagini archetipiche che avrebbero influito sulla formazione delle teorie scientifiche di Keplero, adottando un punto di vista legato alla teoria platonica della conoscenza.
Il processo di comprensione della Natura sarebbe basato sulla corrispondenza tra gli oggetti del mondo e le immagini preesistenti nella psiche, ovvero archetipiche.
Gli archetipi sarebbero dei ponti tra le percezioni sensoriali e le idee.
Secondo questo punto di vista esisterebbero dei principi matematici innati e delle idee preesistenti: la convinzione dell'eliocentrismo di Keplero lo avrebbe spinto a cercare le leggi dei moti planetari, espressioni della bellezza del creato.
Da un simbolo, un'idea si giunge alla scoperta della legge fisica.
Quello di Pauli è un modo per cercare di trovare un legame tra materia e la mente, tra la fisica e la psicologia, viste come aspetti complementari della stessa realtà.
Il fisico ha sempre mantenuto separato il suo pensiero più "filosofico" da quello fisico: nei suoi scritti di fisica è sempre stato preciso, rigoroso e austero.
Nonostante abbia ribadito il fatto che le leggi fisiche restano valide e non sono trasformabili in energie "spirituali", spesso viene citato a sproposito da "guru" e ciarlatani vari che usano gli scritti di Pauli per giustificare cose assurde e ipotesi pseudoscientifiche.

lunedì 20 gennaio 2020

Vedo volti ovunque!

La pareidolia è, in parole povere, la tendenza che abbiamo a vedere delle forme familiari, soprattutto volti umani, in immagini caotiche o disordinate.
Ci portano il cappuccino al bar e noi vediamo degli occhi e una bocca fatti con il caffè sulla schiuma di latte. 
Oppure tostiamo una fetta di pane e la parte più scura ci sembra il volto della Madonna.
Si pensa che questa tendenza sia stata favorita dall'evoluzione perché permetteva di riconoscere possibili predatori da pochi tratti comuni.


La pareidolia può essere anche acustica. Se non conosciamo l'inglese possiamo ascoltare una canzone dei Queen o degli AC/DC e riconoscere delle parole o delle frasi che ci sembrano in italiano, appunto perché proiettiamo  la struttura della lingua che conosciamo su una serie di fonemi che ci sembrano senza senso perché siamo delle schiappe assolute in inglese.

venerdì 3 gennaio 2020

Come ti demolisco l'astrologo di fiducia.

Conosci i "test di personalità"?
Se ti sottoponessi un test di personalità e ti chiedessi di valutare quanto ti rispecchia il risultato ottenuto, probabilmente diresti...molto!
Nel 1948 lo psicologo B.R. Forer consegna ai suoi alunni un test di personalità e poi restituisce una valutazione in base alle risposte date.
Successivamente chiede agli alunni di dire, tra una scala da 0 a 5, quanto il test ci abbia "azzeccato" secondo loro.
Sorprendentemente la media dei voti era alta, pari a 4,6.
Bene, significa che il test era affidabilissimo?
Tutt'altro!
Infatti alla fine lo psicologo rivela la verità: ha consegnato lo stesso risultato a tutti e ognuno sosteneva che quella fosse davvero la sua tipologia di personalità.
Come è possibile?
Proprio grazie all'effetto Forer, ovvero dare delle descrizioni molto generiche e talvolta contraddittorie che permettono a tutti di identificarsi con esse.
In particolare queste affermazioni erano:
«Hai molto bisogno che gli altri ti apprezzino e ti stimino eppure hai una tendenza a essere critico nei confronti di te stesso. Pur avendo alcune debolezze nel carattere, sei generalmente in grado di porvi rimedio. Hai molte capacità inutilizzate che non hai volto a tuo vantaggio. Disciplinato e controllato all'esterno, tendi a essere preoccupato e insicuro dentro di te. A volte dubiti seriamente di aver preso la giusta decisione o di aver fatto la cosa giusta. Preferisci una certa dose di cambiamento e varietà e ti senti insoddisfatto se obbligato a restrizioni e limitazioni. Ti vanti di essere indipendente nelle tue idee e di non accettare le opinioni degli altri senza una prova che ti soddisfi. Ma hai scoperto che è imprudente essere troppo sinceri nel rivelarsi agli altri. A volte sei estroverso, affabile, socievole, mentre altre volte sei introverso, diffidente e riservato. Alcune delle tue aspirazioni tendono a essere davvero irrealistiche.»
E quindi?
Noi non siamo in grado di auto-valutarci perché abbiamo bias e credenze di cui non siamo consapevoli. Spesso vogliamo credere di avere una qualità positiva solo per aumentare la nostra autostima o per compiacere altre persone, oppure appunto per confermare le teorie in cui crediamo, per l'influenza del confirmation bias.
Inoltre, questo effetto è sfruttato dagli astrologi per fare le previsioni dell'oroscopo, ma anche da "guru", cialtroni, maghi per convincerti della fondatezza delle loro pseudodiagnosi.
Ad esempio possono dire di poter "percepire" la tua aurea e in base a vibrazioni o colori, dirti la tua personalità, capire davvero chi sei.
Comprendere realmente noi stessi, avere una direzione giusta da percorrere è ambizione di ognuno. Chi non vorrebbe aver già capito tutto di se stesso? 
Queste persone che ci "diagnosticano" la nostra identità ci danno un senso di conforto, di sicurezza e ci tolgono il dovere e la fatica di interrogarci quotidianamente su noi stessi e sulle nostre scelte di vita.


Infine tendono a de-responsabilizzarci perché non siamo noi che decidiamo cosa fare, ma è una terza persona che ce lo dice.

sabato 30 novembre 2019

Perché viaggiare?

Avete mai guardato uno di quei video girati da qualche youtuber straniero che ha vissuto in Italia e parla della sua esperienza nel Belpaese?
Devo confessare che guardo spesso questo genere di contenuti, che trovo molto divertenti ma che, oltre al lato legato all'intrattenimento, ci possono fornire anche degli spunti di riflessione.
Osservandoci da un punto di vista esterno, proveniendo da un diverso contesto culturale, ci fanno notare cose che magari noi diamo per scontate, a cui non pensiamo o che crediamo siano valori assoluti universali.
Una cosa divertente, ad esempio, è il fatto che all'estero non sanno cosa sia un "colpo d'aria". Insomma, noi diciamo spesso cose del tipo: "chiudi la finestra o rischi di prendere un colpo d'aria" o anche "ho un po' di raffreddore, avrò preso un colpo d'aria". Beh da questi video ho notato che in America e in Giappone questa cosa non esiste!
In effetti la patologia "colpo d'aria" non c'è, è una cosa che diciamo magari per cercare una causa ai nostri disturbi. Ora, non sono un medico e spero di non dire castronerie, però a quanto ne so il raffreddore è causato da un virus e non dal freddo.
Questo è solo un aneddoto, magari anche un po' banale, ma che ci fa riflettere sul fatto che tante nostre credenze sono appunto solo delle credenze e non dei valori universalmente validi.
Tante volte tendiamo a sopravvalutare o a sottovalutare le nostre risorse e le nostre capacità solo perché non ci confrontiamo davvero con la diversità.
Se restiamo confinati nella nostra bolla, nella nostra zona di comfort, a crogiolarci su quanto siamo bravi, belli e intelligenti, vivremo in un mondo illusorio che non ci offrirà nessuna possibilità di miglioramento.
Uno dei motivi per cui è importante viaggiare (avendone la possibilità) è proprio questo: il confronto con altre culture (non necessariamente esotiche) ci rende consapevoli dei nostri pregiudizi e del nostro limitato modo di vedere il mondo.

giovedì 28 novembre 2019

La scienza, questa sconosciuta.

"Ascoltare quello che dice l'O.M.S. mi raccomando!! Bisogna allattare al seno, lo confermano gli studi scientifici, l'intera comunità scientifica è d'accordo sul fatto che sia meglio il latte della mamma piuttosto che quello formulato."

*Scroscianti applausi.*
Però quando lo stesso O.M.S. dice che la stessa comunità scientifica di cui sopra è concorde con il fatto che i vaccini vadano fatti come da calendario...
*Apriti cielo!!*
Sapete come si chiama questa cosa?
Confirmation Bias. Ovvero noi tendiamo a selezionare, a condividere e a ritenere giuste e accettabili solo le notizie, le opinioni, i fatti e i dati che confermano la nostra visione del mondo.
Poco importa se la realtà non è come la vorremmo...noi vogliamo che sia così.

"E perché succede questo?"
Per vari meccanismi, tra i quali il Confirmation Bias, un errore radicato nel nostro modo di pensare e che fa parte della nostra natura. Sappiamo che nessuno vuole mettere in discussione la propria identità, le proprie credenze perché questo vorrebbe dire rivedere in una nuova prospettiva le scelte fatte finora, prendere decisioni nuove, affrontare la paura dell'ignoto e del cambiamento. Questa cosa ci spaventa molto, ovviamente, per cui spesso il confirmation bias ci fa selezionare solo le informazioni che ci fanno sentire in accordo con noi stessi e il nostro limitato punto di vista.

"Esiste una soluzione?"
L'unico "riparo" è quello della consapevolezza, diventare consapevoli dei limiti del nostro modo di vedere il mondo.

"Come si ottiene questa presa di consapevolezza?"
Tramite il confronto con gli altri, aprendosi con spirito critico a punti di vista differenti al nostro e mettendoci continuamente in discussione.
La maggior parte delle volte non siamo consapevoli delle nostre credenze errate, non possiamo essere esperti di tutto. Vi racconto di una mia credenza di cui sono diventata consapevole qualche tempo fa.
Allora, fondamentalmente bevevo solo acqua della bottiglia e mai dei rubinetto. Perché? Perché pensavo che l'acqua calcarea delle mie zone non facesse bene alla salute, che potesse far venire i calcoli a causa dell'elevato tasso di calcare. Credenza diffusissima a quanto ne so, ma decisamente sbagliata.
 Il calcare non è altro che calcio, lo stesso che prendiamo magari con gli integratori. E come ho fatto a capirlo? Guardando il video di Dario Bressanini sull'acqua (cercatelo su you-tube), in cui lo spiegava molto bene. Ho lasciato da parte i miei pregiudizi e ho pensato "in effetti questa cosa ha senso". 

"Prima accennavi alla comunità scientifica, perché ti fidi?"
Perché so come lavorano, detto in parole semplici. Gli errori, gli sbagli e le cattive intenzioni ci possono sempre essere, ma esistono dei meccanismi per cui i controlli sono molto elevati grazie alla trasparenza dei metodi.
Immaginate di dover sistemare l'impianto elettrico di casa vostra, chi chiamate? Ovviamente un elettricista di cui vi fidate, perché sapete "come lavora". 
Insisto molto sul metodo scientifico proprio perché questo è lo strumento migliore che abbiamo per indagare la realtà, perché ci fa diventare consapevoli dei nostri pregiudizi, delle nostre credenze, della nostra voglia di aver ragione ad ogni costo, anche interpretando i dati come più ci piace.
La scienza è un metodo di indagine della realtà, non una serie di assiomi da accettare acriticamente. Non c'è mai nulla di certo, ovvio (se non nella matematica) ma si cerca sempre la spiegazione che si adatta meglio ai fatti, ai dati. Anche se questa spiegazione non ci piace, ce ne dovremo fare una ragione perché siamo noi a dover capire e adattarci alla realtà e non è il mondo che deve essere come lo vogliamo noi. Altrimenti resteremo sempre confinati nel nostro pensiero magico e desiderativo, tipico dei bambini. 

"Eh ma io non le sapevo mica tutte queste cose..."
Purtroppo manca una conoscenza base dei principi del metodo scientifico, della logica, della capacità di dialogare in modo critico che a scuola non viene mai insegnata.


(Scriverò qualcosa in proposito in futuro)

giovedì 30 maggio 2019

La coerenza vince sulla verità


Immaginiamo di essere degli esseri umani primitivi (la visione stereotipata di quelli che si vestivano con le pelli di animale e dormivano nelle caverne va benissimo) che vanno in giro per il bosco a cercare qualcosa da mettere sotto i denti.
Ad un tratto vediamo un altro uomo che stramazza a terra incapace di respirare e, ovviamente, ci spaventiamo moltissimo. Non potendo chiamare un’ambulanza (no, i Flinstone non li consideriamo storicamente attendibili) notiamo qualcosa di inusuale: il moribondo stava mangiando delle bacche blu a noi sconosciute. Cosa deduciamo da questa scena orribile? Le bacche blu non si devono mangiare perché fanno stare malissimo, e io non voglio stare male. Nessuno dovrà mangiare queste bacche blu.
Abbiamo creato un legame causale tra due eventi correlati, che si sono verificati quasi simultaneamente e forse abbiamo imparato ad evitare un pericolo.
O ancora, sentiamo dei rumori tra un cespuglio, ci spaventiamo perché potrebbe essere un animale feroce e ce la diamo a gambe levate. Magari era solo un animaletto innocuo oppure un fruscio causato dal vento ma subito pensiamo al peggio. Perché? Beh, per un semplice motivo: meglio evitare un finto pericolo che rischiare un possibile vantaggio.
Se invece io vi dicessi che quelle bacche blu erano solo innocui nonché gustosissimi mirtilli? Il poveretto è morto perché qualche tempo prima aveva mangiato dei funghi velenosi, inconsapevole ovviamente della loro tossicità. Ma il nostro osservatore non ha visto la scena precedente e ha fatto una deduzione erronea, proprio perché mancante di una visione complessa, completa e articolata della realtà circostante.
Andiamo un pochino più avanti nel tempo, a fine Ottocento. Un medico che curava i suoi pazienti affetti da una malattia diffusa somministrando acqua e zucchero osservò che ne sopravvivevano di più rispetto a quelli curati in modo tradizionale (con purghe e salassi).
Quindi al medico viene naturale creare una relazione causale: i miei rimedi curano la malattia. La realtà, sappiamo oggi, era ben differente: acqua e zucchero erano sostanze innocue, mentre torturare i pazienti con purghe e salassi non faceva altro che debilitare un individuo con la salute già compromessa.
Questa creazione di legami causali dettati da una necessità di dare una coerenza, una spiegazione a eventi correlati o simultanei si può spiegare da un punto di vista evoluzionistico legato alla sopravvivenza, come già affermato in precedenza, ed è alla base dell’apparente efficacia di molte pseudo-medicine e pratiche alternative come l’omeopatia.
Ho già parlato in vari articoli precedenti di omeopatia ma qui vorrei solo sottolineare il fatto che il rimedio omeopatico si somministra soprattutto per disturbi che trovano una loro naturale guarigione: in questo caso basta aspettare e nel momento in cui la persona sarà guarita verrà attribuito il merito al rimedio. Si dice che un raffreddore guarisca in 10 giorni da solo e in una settimana e mezza con l’omeopatia (o con acqua e limone, o acqua e bicarbonato, o recitando “il cinque maggio” di Manzoni alle sette e mezza del mattino).
Osserviamo due eventi che accadono in tempi ravvicinati e creiamo un nesso causale senza essere a conoscenza di tutte le possibili variabili che avrebbero potuto interferire. Per cui mangio i miei granuletti quando ho il raffreddore e dopo qualche giorno guarisco. È merito dei granuli.
Mi pappo a colazione tutto inverno il mio Oscillocoso e non prendo l’influenza. È merito dei granuli.
Ho preso l’influenza nonostante abbia speso duecento euro in Oscillocosi. Beh, poteva andarmi peggio, se non avessi preso i granuli magari sarei finita in ospedale.
Oppure si somministra l’omeopatia insieme ad altri farmaci con evidenze scientifiche: la febbre si sarà abbassata con il paracetamolo o grazie al miracoloso rimedio? Un bias molto forte in questi casi è quello di voler attribuire il merito della guarigione ai granuli di zucchero e i possibili effetti collaterali al farmaco assunto.
Abbiamo speso dei soldi per i granuli, inoltre la pubblicità e l’amica del cuore ce li hanno vivamente consigliati, poi abbiamo sentito delle storie (delle narrazioni, appunto, non dei seri studi scientifici, super difficili da capire, noiosi e che richiedono fatica al nostro caro cervellino per capirci qualcosa) e degli aneddoti che descrivevano situazioni prodigiose, emotivamente cariche, coerenti con la nostra visione del mondo e da cui ci siamo lasciati subito convincere.
Il nostro cervello, infatti, ragiona più per narrazioni e storie che per strutture logico-razionali derivate da una conoscenza innata delle leggi della statistica e della matematica. Quello che conta è che la storiella che ci raccontiamo abbia una sua coerenza interna, una fluidità che la faccia apparire come qualcosa di sensato e scorrevole, facile da comprendere e da incasellare. Odiamo dover faticare, mettere in discussione le nostre intuizioni (che non sono sempre così geniali come sembrano), usare la logica e la razionalità.
Ci affidiamo ai pochi elementi che confermano la nostra teoria e ce li facciamo bastare.
Ci sono moltissimi altri possibili esempi, tutta la nostra vita è “viziata” da bias (errori) cognitivi di cui siamo totalmente inconsapevoli e non sappiamo nemmeno riconoscerli il più delle volte, o quando ci riusciamo, grazie soprattutto al confronto con gli altri e con il loro differente punto di vista, non li vogliamo accettare, li rifiutiamo in toto perché andrebbero a minare le nostre credenze e la percezione che abbiamo di noi stessi e del mondo.
Non solo “sappiamo di non sapere” ma addirittura “non sappiamo di non sapere”, non siamo consapevoli della nostra ignoranza, della nostra mancanza di una visione complessa della realtà. Pensiamo con il risparmio energetico: dividere il mondo in buoni o cattivi, in bianco e nero, usando una classificazione dicotomica è un’operazione che contempla poche categorie mentali e poca fatica nella rappresentazione del mondo. Pensare che “le multinazionali sono tutte cattive e invece quelli che vendono omeopatici lo fanno per il bene del mondo” semplifica in un modo impressionante il lavoro di comprensione della nostra vita. Certo, si avrà una visione erronea e parecchio viziata ma il nostro cervello è tranquillo e beato.
Manchiamo di una visione complessa della realtà e cerchiamo di classificare il mondo secondo i nostri schemi precostituiti che danno forma alla nostra visione coerente della realtà, in cui la nostra vita assume un significato preciso a priori. Ma come abbiamo visto la coerenza e la fluidità cognitiva non rispecchiano la realtà ma solo il nostro limitato punto di vista.
Abbiamo paura di ciò che non capiamo, siamo spaventati da un mondo che potrebbe non rientrare nei nostri desideri, nelle nostre aspettative. Allora che fare? Ci possiamo chiudere a guscio in una realtà parziale, in una piccola nicchia in cui tutto è come lo vogliamo noi, ma il mondo potrebbe un giorno bussarci alla porta o catapultarsi nella nostra esistenza in un modo che noi non avevamo previsto né voluto e regalarci un bello shock.
Oppure, con molta pazienza, confrontandoci con gli altri e con i loro differenti punti di vista, possiamo informarci da più fonti diverse, metterci costantemente in discussione, ponendoci le giuste domande e cercando possibili risposte, con il sudore della fronte, cercare ogni giorno di non dare nulla per scontato, di essere scettici e curiosi e di abbracciare la complessità del mondo provando ad essere sempre un po' migliori.

Bibliografia per approfondire:
Kahneman D. Pensieri lenti e veloci. 2013. Mondadori.

venerdì 15 marzo 2019

L'incredibile storia del signor Phineas e di Mr. Hide.


In un soleggiato e caldo pomeriggio nel New England, precisamente il 13 settembre 1848 ad un giovane e atletico ragazzo di venticinque anni, Phineas P. Gage, successe qualcosa di terribile e incredibile allo stesso tempo.
Caposquadra di un’impresa di costruzioni edili, era da tutti descritto come un uomo molto preciso, corretto con gli altri, dedito al suo lavoro e ben educato ma ad un certo punto, per una piccola distrazione mentre stava preparando un esplosivo, un oggetto metallico gli perforò il cranio.
L’arma in questione era una sbarra di ferro di 6 kg, lunga 110 cm, con diametro di poco più di 3 cm che Phineas teneva saldamente in mano: questa, a causa dell’improvvisa e accidentale esplosione, penetrò nella sua guancia sinistra, forò la base della scatola cranica, attraversò la parte frontale del cervello ed uscì dalla sommità della testa.
Ovviamente il povero malcapitato morì sul colpo.
E invece no.
Incredibilmente Gage sopravvisse e restò addirittura cosciente, tant’è che fu portato dal medico (il dottor John Harlow) della città vicina restando seduto sulla vettura. Il paziente raccontò in modo lucido e consapevole l’accaduto e la ferita venne pulita con i prodotti dell’epoca, cercando di ricucirla e di curarla al meglio, anche se il rischio di infezioni era alto, data l’inesistenza di antibiotici.
Il corpo di Gage sopravvisse riportando come danno fisico la perdita della vista dell’occhio sinistro (vedeva bene con il destro) riusciva a parlare senza problemi e la deambulazione non era particolarmente compromessa.
Ma i danni peggiori furono i forti cambiamenti del carattere non appena fu superata la fase acuta della lesione cerebrale: le conseguenze a livello della sua personalità furono devastanti e permanenti.
I suoi amici e conoscenti dissero che “non era più Gage”.
Definito dal suo medico “bizzarro, insolente, capace a volte delle più grossolane imprecazioni da cui in precedenza era stato del tutto alieno” un ragazzo perbene, educato, a modo, impegnato nel suo lavoro e riconosciuto dagli altri come tale, si era in seguito trasformato in un uomo insofferente, incapace di mantenere un lavoro stabile, dedito ai vizi e all’alcol, incapace di provvedere a se stesso e di pensare al suo futuro.
La condotta esemplare che teneva prima dell’incidente sembrava essere svanita, non vi era più alcun rispetto per le convenzioni sociali e per l’etica. Sembrava che avesse dimenticato completamente tutto ciò che aveva imparato sulla morale e sul comportamento adeguato da adottare in una società civile.
Ovviamente non venne più riassunto al suo precedente lavoro, non tanto per le sue capacità o abilità lavorative risultate un po' più ridotte, quanto per il suo carattere incostante e impulsivo che lo fecero licenziare presto da ogni lavoro intrapreso. Arrivò persino ad unirsi ad una compagnia circense per guadagnarsi da vivere, facendo mostra della sua ferita in cambio di denaro.
Dopo aver raggiunto la sorella in California morì a soli 38 anni per un forte attacco epilettico.
I medici e gli studiosi di metà Ottocento non riuscirono a comprendere cosa fosse successo di preciso a Gage, soprattutto non potevano spiegare il motivo di un cambiamento così radicale e permanente della sua personalità.
All’epoca era impensabile sostenere che il comportamento sociale richiedesse una particolare regione cerebrale corrispondente, così come succede per il movimento, il linguaggio o i sensi.
La mente e il corpo erano visti sostanzialmente come separati: non si accettava il punto di vista per cui qualcosa di strettamente legato all’anima umana o alla cultura potesse dipendere in maniera significativa da un sostrato organico come una particolare regione cerebrale.
Oggi sappiamo che il cambiamento di personalità fu dovuto a una lesione cerebrale circoscritta in un sito specifico, infatti ricerche moderne hanno evidenziato come la compromissione del rispetto delle regole sociali sia causata da un danno selettivo alle cortecce prefrontali del cervello. Questi dati sono stati ricavati anche grazie all’analisi del cranio del paziente riesumato cinque anni dopo la sua morte, su richiesta del dottore che lo seguì in vita, il già citato John Harlow e analizzati recentemente tramite ricostruzione tridimensionale al computer.
Volendo approfondire il discorso, è possibile porsi domande come: Phineas Gage era dotato di libero arbitrio? Era responsabile di quello che faceva? Era consapevole del fatto che avesse perso la sua capacità di pianificare il futuro come essere sociale? Che cos’è, nel cervello, che consente agli esseri umani di comportarsi in modo razionale? E come opera?

Bibliografia per approfondire:
Damasio Antonio R. L’errore di Cartesio. Adelphi Edizioni. 1995.

mercoledì 23 gennaio 2019

"Ignore this story"


Immaginiamo di aprire la nostra bella app di Instagram e andiamo a vedere che storie nuove circolettate ci sono da guardare. Ne apriamo una e, su un fondo bianco, leggiamo le parole “Ignora questa storia”.
Ah, cioè? Ma non è possibile ignorare questa storia perché ormai io l’ho già vista. E quindi?
Ecco, questo è un esempio di quello che si definisce “doppio vincolo” o “double bind” o ancora “doppio legame”. Attenzione, però, non confondiamoci con il doppio legame che i chimici conosceranno bene, ovvero quel legame che coinvolge un numero doppio di elettroni rispetto ad un legame singolo (se volete approfondire vi consiglio di chiedere meglio a qualcuno con competenze in materia superiori alle mie, ho vaghissimi ricordi di quello che ho studiato al liceo parecchi anni fa).
Benissimo, per quanto riguarda il doppio legame in psicologia, questo è stato studiato e approfondito da Gregory Bateson[1] e dalla scuola di Palo Alto (in California) negli anni Sessanta del secolo scorso, anche se il primo articolo è stato pubblicato nel 1956 insieme a D.D. Jackson, J. Weakland e J. Haley.
Il doppio vincolo si verifica quando ci si trova in una situazione per cui qualunque cosa fai, stai sbagliando. Insomma, si creano due richieste contraddittorie per cui una persona asserisce qualcosa e asserisce qualcosa sull’asserzione, ma le due asserzioni si contraddicono a vicenda. Per ubbidire devi disobbedire.
Vi ho fatto venire il mal di testa? Lo immaginavo.
Un esempio di doppio vincolo è quando una persona comunica un messaggio preciso a livello verbale e il suo opposto a livello non verbale, oppure quando il comando contraddice sé stesso: quante volte i nostri genitori ci hanno detto “devi essere spontaneo!”. Bene, la spontaneità non può essere comandata, se qualcuno ti obbliga ad essere spontaneo allora tu non sei più spontaneo ma stai eseguendo un ordine che viene impartito da un’altra persona.
Bateson ha fatto molti esempi di doppio vincolo e ha approfondito questo paradosso comunicativo soprattutto per quanto riguarda l’eziologia della schizofrenia.
Ci tengo a precisare che la scuola di Palo Alto non ha mai affermato di aver trovato la causa unica di questa grave patologia né mai affermato che il doppio vincolo “causi” la schizofrenia, piuttosto ha voluto discutere di come e perché un doppio vincolo possa insorgere in una certa situazione familiare, fornendo esempi tratti da casi clinici nel saggio “Verso una teoria della schizofrenia” del 1956.
La novità introdotta da Bateson e collaboratori è stata quella di adottare un punto di vista differente da quello allora predominante, ossia la visione legata alla psicoanalisi per cui la schizofrenia sia innanzitutto un disturbo intrapsichico (qualcosa che “non funziona bene” nella singola persona).
Anziché vedere la patologia come qualcosa di “sbagliato” all’interno della persona che poi provoca un comportamento deviante, l’approccio batesoniano è inverso: si domanda quali esperienze interpersonali (quindi le relazioni esterne con altre persone) provocherebbero il comportamento che poi è interpretato e diagnosticato come schizofrenia.
È una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere la patologia: anziché considerare il singolo soggetto il discorso si amplia e si sposta sulle dinamiche relazionali, soprattutto familiari.
Se ipotizziamo che il comportamento dell’individuo sia in qualche modo adattivo all’ambiente in cui vive allora lo schizofrenico vive in una situazione paradossale per cui il suo modo di fare è appropriato al contesto.
Quindi, visto che il modo di comportarsi della persona appare come qualcosa di incomprensibile, allora le relazioni in cui vive dovranno riflettere questa incomprensibilità, ovvero saranno caratterizzate dal doppio vincolo.
In “Pragmatica della comunicazione umana” (pag. 202) sono individuati gli elementi indispensabili per descriverlo:
1.       “Due o più persone sono coinvolte in una relazione intensa che ha un alto valore di sopravvivenza fisica e/o psicologica per una di esse, per alcune, o per tutte.”
2.       “In un simile contesto viene dato un messaggio che è strutturato in modo tale che (a) asserisce qualcosa, (b) asserisce qualcosa sulla propria asserzione e (c) queste due asserzioni si escludono a vicenda”.
3.       “Si impedisce al recettore del messaggio di uscir fuori dallo schema stabilito da questo messaggio”
Detto in altri termini: le relazioni che coinvolgono il soggetto devono essere significative e vitali, se uno sconosciuto dovesse adottare questo tipo di comunicazione con noi probabilmente verrebbe ignorato o comunque non avrebbe grossi impatti su noi stessi.
I messaggi devono essere contraddittori e devono creare una situazione per cui è impossibile eseguire ciò che ci viene richiesto.
Infine non deve essere possibile metacomunicare, cioè parlare della comunicazione, ovvero dire alla persona: “ma che cavolo stai dicendo, non vedi che tu mi poni in una situazione per cui qualunque cosa faccia sbaglio sempre?”.
Ovviamente questo genere di comunicazione paradossale deve svilupparsi per molto tempo, in particolar modo dall’infanzia, in cui deve prevalere questo specifico modello di interazione.
Il poveretto si ritrova quindi in una situazione in cui il comportamento schizofrenico diventa l’unico modo in cui possa esprimersi.
A questo proposito, un bel film che consiglio di guardare è “Shine”, 1996, diretto da Scott Hicks, ambientato in Australia agli inizi degli anni Sessanta, racconta la vita di un pianista inserito in una relazione paradossale con la sua famiglia, che lo costringe a manifestare un comportamento patologico.
Alla fine, oltre al discorso della schizofrenia, perché ci interessa questo aspetto della comunicazione? Ho voluto approfondire il doppio vincolo anche come occasione per riflettere sugli aspetti comunicativi e sulle modalità di interazione che noi e gli altri usiamo tutti i giorni.
Spesso, infatti, facciamo fatica a comunicare sulla comunicazione (metacomunicare): se qualcuno ci dice verbalmente qualcosa ma non verbalmente dice l’opposto, siamo spinti a cercare di comprendere il messaggio in modi differenti piuttosto che rivelare il paradosso esprimendolo a voce alta.
Magari crediamo che ci siamo lasciati sfuggire qualcosa che in realtà dovevamo sapere, o che altri ci tengano nascoste informazioni vitali, diventando ossessionati dalla necessità di scoprire significati nascosti in ciò che ci accade intorno, ignorando magari i veri problemi reali, del tutto inconsapevoli della contraddizione che la situazione comporta.

Bibliografia per approfondire:
-          Beavin J.H., Jackson D.D., Watzlawick P. Pragmatica della comunicazione umana. 1971, Casa editrice Astrolabio.
-          Bateson G. Verso un’ecologia della mente. 1976, Apelphi.



[1] Bateson è stato un biologo, antropologo, sociologo e psicologo britannico e i suoi studi hanno spaziato tra diverse discipline, apportando parecchi punti di vista innovativi soprattutto per quanto riguarda la terapia allora dominante in ambito psicoterapeutico, fortemente legata alla psicanalisi, contribuendo alla nascita della terapia sistemico-relazionale.


giovedì 3 gennaio 2019

Ma a me cosa interessa? Ovvero l'importanza della divulgazione


Viviamo in un mondo sempre più interconnesso, siamo immersi in un contesto sociale e culturale in cui diventa davvero fondamentale lo sviluppo di un pensiero critico, per mettere sempre in discussione quello che ci sembra scontato. Insomma, circondati come siamo da claim, marketing, eccesso di informazioni, fake news, bufalari, aspiranti dominatori del mondo et similia, abbiamo bisogno più che mai di un po' di sano scetticismo (e anche di un po' di sana autoironia, data la cospicua presenza sul web di musoni sempre all’attacco, ma questo è un altro discorso).
E chi meglio del metodo scientifico accompagnato dallo sviluppo di un pensiero critico e non auto-confermante può aiutarci in questo processo senza fine? Già, perché quello della continua messa in discussione delle nostre credenze e dell’approfondimento della comprensione del mondo in cui viviamo è un processo infinito, non esiste una meta in cui saremo sicuri di sapere tutto (anzi, probabilmente sarà il momento di maggiore sbaglio) perché “più cose scopriamo e più domande ci facciamo” per citare Rick Dufer.
Dunque, se davvero il nostro obiettivo è quello di migliorare noi stessi e magari incoraggiare le persone a noi vicine a fare altrettanto, personalmente credo che seguire e approfondire più discipline, parlare con persone differenti, aprirsi al mondo e a nuove opportunità conoscitive con vari mezzi (non solo libri ma anche film, serie tv, podcast, video…) possa essere una delle strategie per essere un pochino più curiosi del mondo e di noi stessi.
Inoltre oggi è fondamentale creare un “ponte” tra la comunità scientifica e le persone “comuni” per varie ragioni.
In primo luogo, per quanto riguarda la ricerca finanziata con i soldi pubblici, è auspicabile che le persone vengano informate sulle modalità e gli scopi per cui i finanziamenti statali siano utilizzati, in modo tale da ricevere una sorta di “restituzione” da parte dei ricercatori.
In secondo luogo informare in modo corretto ed esaustivo le persone sulla ricerca scientifica in corso penso che possa aiutare a prevenire eventuali episodi di ribellione e tentativi di elaborare varie “teorie del complotto” del genere “non cielo dikono” perché chissà che cose strane e malvagie si celano nei laboratori o chissà che scoperte sensazionali sono state fatte ma la malvagia lobby (peraltro inesistente) di una non meglio precisata Comunità Scientifica vuole insabbiare per tornaconto personale. Episodi di questo genere si sono già verificati e i mass media hanno amplificato il fenomeno per catturare l’attenzione e l’audience. Ecco, spesso esiste questa visione dello “scienziato pazzo, sadico e malvagio” probabilmente ereditata dall’immaginario di Frankenstein in cui il perfido dottore voleva andare contro le leggi di Dio e della Natura creando la vita da dei cadaveri.
In passato vi erano ovviamente meno controlli nella ricerca scientifica, si faceva tutto un po' così, senza norme precise in materia di etica o di sicurezza. E infatti ci sono state sicuramente conseguenze negative, ma da qualche tempo a oggi la situazione è cambiata: sono stati istituiti comitati etici e stringenti norme in materia di sicurezza per cui la ricerca è fatta secondo il principio di precauzione. E questo è stato un vero traguardo nella ricerca per renderla il più equa e sicura possibile, cosa che purtroppo non accade in altri posti fuori dall’UE. (in Cina e in altri paesi le regole sono differenti e le tutele sono minori)
 Molti scenari caratterizzati da una forte carica emotiva restano a lungo nella memoria collettiva e culturale, pensiamo ad esempio in tempi più recenti all’orribile mondo degli organismi geneticamente modificati: fragole che sanno di pesce, pomodori che contengono antigelo, ortaggi giganti e creature strane che domineranno il mondo se non verranno controllate. Faccio davvero fatica a trovare persone senza competenze in materia di biotecnologie che posseggano informazioni anche solo lontanamente vicine alla verità su questi OGM.
Divulgare il metodo scientifico, le metodologie utilizzate, la presenza costante di comitati etici e di sicurezza a controllo della ricerca diventa fondamentale in un mondo in cui le fake news e la “misinformation” dominano spesso le discussioni. Certamente esisteranno complotti, sicuramente ci sono in gioco degli interessi economici di un certo livello ma il mondo è molto più complesso di come si possa credere, esistono varie sfumature di grigio ed è difficile che un complotto non venga prima o poi a galla.
Divulgare significa anche creare delle occasioni di dubbi, in cui la persona capisce di non aver capito, quindi potrebbe essere spinta ad approfondire l’argomento, se sufficientemente interessata. Oppure, nel caso di ragazzi giovani, potrebbe far nascere in loro la passione per un determinato ambito scientifico o umanistico e potrà indirizzarli meglio in merito alle loro scelte universitarie e professionali.
Se diamo un occhio ai social network (Facebook, Instagram, You Tube, Telegram…) ci rendiamo conto che la gente vuole sapere, ha bisogno di trovare un significato a ciò che gli accade, ma ha anche la necessità che questo gli venga spiegato non con un linguaggio tecnico e specialistico ma più vicino alla narrazione.
E questo lo sanno benissimo i costruttori di teorie pseudoscientifiche e alternative: per un non addetto ai lavori trovarsi davanti una risma di studi scientifici in inglese che non si sa seppure leggere o interpretare correttamente è estremamente meno interessante e coinvolgente di una singola narrazione, carica emotivamente, che “spiega” tutto in poche frasi apparentemente coerenti.
Ed è così che è facilissimo assomigliare al memabile pikachu sorpreso quando sembra che il guru di turno abbia fatto la scoperta del secolo, basandosi su dati magari corretti ma stravolgendone il senso o scambiando la correlazione per la causalità. Insomma, è come decorare con la ghiaccia reale colorata una torta a tre piani fatta di polistirolo: esteticamente è meravigliosa, colpisce l’occhio ma non provarci nemmeno a tagliarne una fetta o l’illusione sparirebbe in un lampo di amarezza, lasciandoci la bocca asciutta e la delusione di chi è stato ingannato.
Quindi, ripeto, la divulgazione oggi, in tutti i campi del sapere, è necessaria più che mai, soprattutto per renderci consapevoli che tutti, scienziati compresi (ecco perché esistono cose carine come la peer review o le revisioni sistematiche: un solo studio non significa nulla, deve essere replicato e confermato o confutato e criticato da altri studi di altri ricercatori) siamo suscettibili di fare errori, di cadere nei bias e nelle illusioni cognitive, perché il nostro punto di vista è parziale e determinato dalle nostre esperienze e dai nostri modi di pensare e di vedere la realtà.
Rendersi conto di quanto poco sappiamo e di quanto siamo limitati può contribuire a invogliarci ad approfondire, a non credere acriticamente al primo ciarlatano, anche se le sue “argomentazioni” sembrano avere senso ma non esistono delle prove valide a sostegno.
Un bravo divulgatore dovrebbe utilizzare un linguaggio comprensibile e sfruttare anche la carica emotiva trasmessa dalla sua personale passione verso la disciplina al fine di fornire gli strumenti (come il pensiero critico, lo scetticismo…) alle persone affinché queste acquisiscano le capacità per cercarsi da soli le risposte alle loro domande, conoscendo sempre un pochino meglio il mondo circostante e loro stesse.
In questa accezione il soggetto è visto come un soggetto attivo, capace di un deutero apprendimento per citare Bateson, non come un passivo fruitore di contenuti da memorizzare per aumentare la propria erudizione personale.



lunedì 3 dicembre 2018

L'essere umano non è un pokèmon

Le “vecchie” generazioni come me (diciamo i millenials) sono cresciuti con l’idea che l’evoluzione fosse un processo naturale e migliorativo: mi riferisco alla classica illustrazione della scimmia che pian piano “evolve” e diventa sempre più simile all’uomo moderno, quasi come fosse un pokèmon destinato ad evolversi in modo lineare per stadi migliorativi, al fine di diventare sempre più potente e bravo.
Da qui si deduce, quindi, che sia esistita una sola tipologia di homo alla volta, che col tempo sia cambiata e diventata più tecnologica, più intelligente, più brava a comunicare e a procurarsi cibo, a costruirsi rifugi e abitazioni.
Mi dispiace rovinare la vostra infanzia sui sussidiari delle elementari ma la realtà e le scoperte fossili contraddicono fortemente questa visione della storia, che resta ancorata ad un pensiero pre-darwiniano intriso di teleologismo e di antropocentrismo.
Sapere per certo che l’essere umano derivi da un percorso lineare di progressivo miglioramento da un essere burbero e animalesco come un neanderthan a uno sofisticato e intelligente come un homo sapiens ci conferirebbe quella sensazione fantastica di dominatori del mondo ai vertici della creazione.
Oppure, credere che siamo stati creati già “umani”, dotati quindi di qualcosa di superiore e differente da tutto il resto del mondo animale ci renderebbe speciali, unici, con il diritto di poter primeggiare su ogni altra creatura del pianeta, quasi come se noi non facessimo parte del mondo in cui viviamo, ma semplicemente fosse altro da noi come una nostra esclusiva proprietà.
Ma i fatti, purtroppo, contrastano con queste visioni del mondo. Perché?
Noi oggi siamo l’unica specie di homo rimasta sulla Terra, ma le cose non sempre state così, infatti la nostra evoluzione non è avvenuta per successivi stadi migliorativi ma ha seguito un modello a cespuglio, un po' come hanno fatto molti altri esseri viventi, con specie diverse che sono convissute e si sono ibridate tra loro. Questa ramificazione è durata fino a 40.000 anni fa, un periodo che magari a noi sembra lunghissimo ma che in realtà è un soffio se si pensa alla storia del nostro pianeta e della vita che è nata.
Non sappiamo di preciso perché le altre specie si siano estinte o come sia avvenuto ciò, ci sono varie ipotesi a riguardo, però probabilmente non è perché noi eravamo i più belli, i più forti ed intelligenti, gli unici predestinati alla sopravvivenza.
Oggi sappiamo che circa 50.000 anni fa sul nostro pianeta convivevano almeno quattro tipi diversi di ominini (Homo sapiens in Africa, Homo neanderthalensis in Europa e Asia occidentale, Homo erectus in Asia sudorientale, Homo denisoviano in Asia orientale e probabilmente anche Homo floresiensis). (Gee H. 2016)
Per noi esseri umani diventa davvero difficile immaginare un passato lontano in cui convivevano sulla Terra diversi ominini differenti, che a volte si incontravano anche tra di loro. Siamo portati a pensarci dai tempi degli antichi egizi, considerando magari solo il mondo europeo e mediterraneo e dimenticandoci del resto dei continenti. Serve un notevole sforzo mentale per immaginarci un mondo molto più antico, lontano migliaia e migliaia di anni, un mondo molto diverso anche dal punto di vista climatico e ambientale.
Darwin, al contrario di quanto spesso si creda, non intendeva affatto l’evoluzione in senso finalistico bensì più come un’attività che avviene appunto in un presente continuo, momento per momento in una interazione costante tra l’ambiente e le creature che ne fanno parte. Il termine “evoluzione” era inteso come una “discendenza con modificazione” (Gee H. 2016) per cui evolvere significava crescere da una forma semplice ad una con un maggiore grado di complessità. Questo non significa che esista un senso direzionale preferenziale, una crescita continua verso la perfezione con un fine prestabilito: la nostra struttura è un’eredità della storia.
Gli stessi fossili che ritroviamo rappresentano solo una minima parte di quello che è successo in passato, infatti la fossilizzazione è un evento piuttosto raro perché può avvenire solo in certe condizioni e solo con la giusta roccia. Da questo si deduce che molte storie siano avvenute senza che abbiano lasciato qualcosa a testimonianza di ciò, cioè avrebbero potuto esistere ad esempio molti altri ominini di cui però non ne è rimasta traccia. È altresì facile cadere preda dei propri pregiudizi e cercare di far rientrare (magari anche in modo forzato) le testimonianze fossili nelle proprie rappresentazioni del mondo cadendo preda di bias da conferma e di altri errori cognitivi: si potrebbe attribuire maggiore importanza ad un fossile e ignorarne altri che potrebbero mettere in discussione la nostra teoria. I fossili non parlano da soli, siamo noi a farli parlare.
Infatti l’essere umano ha una forte e irrefrenabile tendenza a fare connessioni che non hanno riscontro nella realtà e a intuire strutture inesistenti, noi abbiamo bisogno di narrazioni, in questo campo come in altri, per spiegare e dare un senso alla nostra vita e alla realtà che ci circonda.
I precursori di Darwin cercavano di dare un senso alle scoperte fossili che stavano affiorando e contraddicevano le teorie contemporanee sull’eternità della specie e sulla creazione dell’universo di stampo religioso. Ad esempio postulavano la predeterminazione di ogni specie: il Creatore aveva deciso che una determinata specie dovesse vivere solo entro un certo periodo temporale, per poi estinguersi entro una data prestabilita. Oppure, ritenendo le famiglie tassonomiche delle espressioni delle essenze immutabili del piano della creazione dell’Onnipotente, che ogni differenziazione fosse solo una deviazione rispetto alla norma e comunque qualcosa di reversibile legato alle condizioni locali. (Bocchi, Ceruti. 2006)
Insomma, vennero create ipotesi ad hoc per evitare di destabilizzare la teoria predominante di allora, come spesso accade ogni differenza viene vista come devianza, una eccezione rispetto alla regola, fino al punto in cui il sistema vacilla e allora si devono per forza mettere in discussione le fondamenta di questa struttura di interpretazione della realtà.
Ancora oggi, dopo decenni di darwinismo, noto che spesso si fa fatica a capire e ad accettare il vero significato e il valore della selezione naturale e dell’evoluzione, così come il ruolo della contingenza e del caso nella storia del mondo.
La confusione spesso nasce dal fatto che la selezione naturale viene vista come una forza invisibile e direi quasi divina che opera sulla natura per farla cambiare nell’ottica di un miglioramento continuo in vista di una perfezione intesa sotto un punto di vista prettamente umano e antropocentrico. Non si riesce ad accettare il fatto che noi esseri umani siamo creature come le altre, per quanto dotate di una consapevolezza superiore e della facoltà di comprendere noi stessi, il mondo e di farci domande su questo. La natura potrebbe avere dei parametri di giudizio differenti dai nostri. Il nostro antropocentrismo spesso ci acceca: non esistono l’uomo e la natura separati, l’artificiale e il naturale, ma esiste il mondo con le sue creature che lo abitano, per cui siamo tutti fatti della stessa materia e tutti intimamente interconnessi, questo lo vediamo soprattutto nelle disgrazie: noi operiamo sul mondo con delle forze distruttive e poi da lì partono una serie di reazioni a catena che si ripercuotono su di noi.
Consideriamo inoltre le relazioni fra il genoma e il suo ambiente, che presentano un’intricata ecologia, sono sempre in relazione. Intere specie si sono estinte in breve tempo, così come ci sono invece batteri che vivono da milioni di anni. Il mondo è estremamente complesso, spesso imprevedibile e ricco di eventi che è impossibile far rientrare in una logica prestabilita e predeterminata.
Quindi l’evoluzione è un dato di fatto e negarla equivarrebbe a negare l’esistenza delle prove (c’è anche chi l’ha fatto sostenendo che i fossili siano stati appositamente messi lì da Satana per mettere alla prova la fede dei credenti).
Quello che, per l’appunto, non trova riscontro è il pregiudizio antropocentrico per cui noi esseri umani saremmo il vertice della creazione, derivante da un susseguirsi di stadi di sempre maggior perfezione. Una perfezione, tra l’altro, stabilita in modo retroattivo, avrebbe potuto anche andare diversamente, non vi era la necessità di arrivare alla creazione dell’uomo, che alla fine è risultata essere una “Specie imprevista” (per citare H.  Gee)
Mi sembra di notare che permanga ancora in sottofondo un modo di pensare derivato dall’essenzialismo di stampo platonico per cui tutte le forme di vita sul nostro pianeta e la loro varietà viene concepita come il riflesso di una serie limitata e numerabile di eide (essenze, forme) astoriche e atemporali. Secondo questa mentalità un essere vivente come l’uomo è stato creato con un’essenza umana immanente, che poi pian piano è migliorato nella postura e nella tecnologia ma la sua “umanità” è sempre rimasta la stessa. Questa essenza è qualitativamente diversa da quella, ad esempio, appartenente al cavallo, per cui questo animale possiede una “cavallinità” che lo qualifica e lo descrive come un cavallo, qualità intrinseca sempre esistita e che sempre esisterà.
Questo modo di pensare dualistico permea da parecchio tempo il nostro modo di ragionare occidentale e ne parlerò meglio un'altra volta, però basta pensare che tutti gli organismi oggi discendono da esseri unicellulari che abitavano la Terra milioni e milioni di anni fa per rendersi conto di come possa essere fuorviante un pensiero essenzialista, assoluto, dualistico e atemporale come questo, in un mondo in continuo cambiamento.
Il nostro futuro non è già scritto, possiamo ancora fare qualcosa per migliorare il nostro pianeta ponendo attenzione alle relazioni che ci legano indissolubilmente con questo strano mondo pieno di forme di vita diverse e mutevoli. Non tutto è però sotto il nostro diretto controllo, possiamo ipotizzare futuri più o meno probabili ma non un futuro determinato a priori, privilegiato perché va incontro ai nostri pregiudizi e al nostro desiderio di dare senso e significato alle nostre vite. Siamo noi, individualmente, che dobbiamo costruire il significato e lo scopo delle nostre esistenze e questo ci dà grande libertà ma anche un’enorme responsabilità oltre ad ansia e paura.
Se potessimo fare un salto nel passato e vivere da spettatori probabilmente ci stupiremmo non poco di quello che troveremmo, abituati come siamo a una visione statica e immutabile del mondo e delle sue forme di vita, soltanto perché la nostra memoria è limitatissima.
Per fare un esempio: le mele dolci e succose che mangiamo oggi non sono sempre esistite ma derivano da una selezione operata dall’uomo nel corso degli anni, così come le carote non sono sempre state arancioni e il mais come lo conosciamo oggi in passato era rosso e molto più piccolo.
Pensare in questo modo può scardinare e mettere in dubbio anche la nostra vita e la nostra identità: siamo abituati a pensare a noi stessi attraverso caratteristiche e categorie definite, con valori e modi di vedere il mondo dicotomici. “Io sono così, mi hanno educato in questo modo e la mia rappresentazione della realtà è questa”, però noi non siamo immutabili, neppure la nostra identità lo è e le priorità, gli obiettivi di vita e la visione del mondo possono cambiare continuamente perché l’ambiente influenza noi e noi influenziamo l’ambiente (inteso in senso ampio come tutto ciò che non sono io), e questa relazione continua ha influenzato l’evoluzione ad esempio un maggiore introito calorico dato da un migliore impiego delle tecnologie (come il fuoco) ha reso possibile un migliore sviluppo cerebrale, che a sua volta ha migliorato le abilità tecniche e via dicendo; tutto questo in un continuo meccanismo di feedback e influenze reciproche che ci ha portato dove siamo ora.

           Bibliografia per approfondire:
Bocchi Gianluca, Ceruti Mauro. Origini di storie. Feltrinelli. 2006
Gee Henry. La specie imprevista. Il mulino. 2013 – 2016
Pievani Telmo. Homo sapiens e altre catastrofi. Meltemi. 2002 - 2018