Pubblichiamo sui social solo alcuni aspetti di noi, frammenti della nostra esistenza, solo quello che vogliamo.
Ci facciamo una ventina di selfie ma scegliamo quello più fotogenico, mangiamo almeno tre volte al giorno ma postiamo solo le foto dei piatti dei ristoranti in cui andiamo ogni tanto.
Insomma, la maggior parte della nostra vita è taciuta, rimane nella privacy. E forse è proprio questa parte più nascosta la più fondamentale, quella che rivelerebbe davvero il nostro vero "io" , ma per qualche motivo non vogliamo esporla al mondo né agli "amici".
Vogliamo che gli altri ci vedano nel modo in cui vorremmo che ci vedessero, vogliamo trasmettere messaggi per alimentare un certo tipo di reazioni emotive, ci piace un sacco il fatto che il mondo sia d'accordo con il nostro punto di vista (e se non lo fosse è solo per il fatto che "non capisce nulla", è un "analfabeta funzionale"...).
In questo fiume il nostro ego cresce al crescere dei Like sotto ai nostri post.
giovedì 1 febbraio 2018
giovedì 28 dicembre 2017
Mercificare l'affetto
Quando eravamo bambini i nostri
genitori (o altre figure parentali) soddisfacevano i nostri bisogni
di cura, di attenzione, di affetto, di sicurezza.
Poi quando si diventa adulti le figure
di riferimento cambiano ma le esigenze di affetto e protezione non
spariscono, anzi, nei momenti di debolezza e di sconforto tornano a
farsi sentire in modo preponderante.
Nelle fasi di "crisi" della
nostra vita, che possono accadere a tutti seppur in modi e tempi
diversi, abbiamo bisogno di qualcuno che ci rassicuri e ci dia delle
giuste indicazioni per farci compiere delle scelte funzionali al
nostro contesto di vita. Ma a chi ci possiamo rivolgere per questo
compito delicatissimo?
Una volta le istituzioni
rappresentavano dei cardini, delle basi solide su cui costruire la
propria visione del mondo: lo Stato, la Chiesa (o più in generale le
religioni), la medicina per colmare i propri bisogni di giustizia, di
affetto comunitario, di spiritualità, di moralità, di cura delle
malattie.
Oggi, invece, viviamo in un modernità
"liquida" come viene definita da Bauman, in cui i solidi e
incrollabili riferimenti di una volta non esistono più. L'essere
umano è meno controllato dall'alto, molte delle sue scelte dipendono
da se stesso e restano dunque sotto la sua diretta responsabilità:
maggior libertà implica ovviamente maggior responsabilità.
Penso sia necessario essere pienamente
consapevoli di questo, viviamo in un mondo dove abbiamo il potere di
scelta che i nostri predecessori non sognavano neppure (sto parlando
di noi occidentali benestanti), possiamo scegliere una carriera
lavorativa che non è obbligatoriamente quella dei nostri genitori,
le donne possono decidere di sposarsi o meno e scegliere quanti figli
avere e quando (nel rispetto della biologia e in generale).
Per non parlare dei beni di consumo che
oggi offre il mercato: una sconfinata serie di prodotti simili tra
cui scegliere, non abbiamo mai i mezzi sufficienti per operare la
scelta migliore e più razionale, anche perchè spesso ne siamo
coinvolti emotivamente.
In questo scenario (rimando sempre a Z.
Bauman per approfondire) abbiamo sempre maggior bisogno di qualcuno o
qualcosa che ci indichi la giusta via, che ci faccia fare le scelte
giuste e spesso dirigiamo questi nostri bisogni verso persone non
sempre affidabili o valide.
Mi riferisco ad esempio alla commessa
che adoriamo perchè ci lusinga con i suoi complimenti, che ci tratta
da "cara amica" per farci acquistare ogni settimana un
nuovo prodotto che promette di farci sentire fantastiche e piene di
autostima (dagli integratori ai vestiti, dagli accessori ai
cosmetici), oppure al ciarlatano di turno dai nomi altisonanti
(omeopata omotossicologo, riflessologo plantare, chiropratico...) che
ci conforta dicendo che quello che ci accade di brutto non è colpa
nostra ma di "energie negative" o "blocchi energetici"
che si possono risolvere con adeguate terapie passive a pagamento.
Persone che ci rassicurano, quindi, a
cui delegare le nostre responsabilità, come anche nel caso delle
sette: in cambio dell'eliminazione del nostro senso critico ci
promettono una visione perfetta, certa e preconfezionata del mondo e
della nostra vita in cui lo spazio riservato al dubbio viene
prontamente eliminato da ordini e sentenze dall'alto.
Siamo adulti ma abbiamo comunque
bisogno di affetto e sostegno psicologico perchè siamo esseri umani
e come tali siamo sociali, non è realistico pensarsi come dei robot
autosufficienti che non hanno bisogno degli altri se non per scopi
prettamente utilitaristici.
Oggi ci sentiamo sempre più soli, lo
spazio per la condivisione e lo scambio di affetti ed emozioni viene
sempre più diminuito e disprezzato, forse è anche per questo motivo
che i social (facebook, instagram, twitter...) hanno visto uno
sviluppo esagerato: cerchiamo la compagnia di altri della nostra
specie e lo cerchiamo nello spazio virtuale dove abbiamo maggior
controllo della situazione emotiva.
Nei periodi di "crisi"
abbiamo bisogno di qualcuno che ci stia accanto, per alcuni il
sostegno della famiglia è importante e favorisce la crescita
personale, per altri è deleterio oppure si ritrovano soli nel mondo.
Per queste persone, per quelle in situazioni di fragilità o che
mostrano una profonda insicurezza interiore il mondo illusorio del
consumismo e delle pseudoscienze risulta essere un'alternativa molto
attraente al duro lavoro interiore di consapevolezza interiore.
I bisogni di cura, di attenzione, di
affetto vengono mercificati e tradotti in prodotti da acquistare o in
terapie tanto inutili quanto illusorie.
E così si lavora per comprare ma le
vere soddisfazioni non arrivano mai.
Proviamo a comprendere quali sono i
nostri veri bisogni, ad esprimerli e a circondarci di persone che
abbiano un ruolo positivo e costruttivo nella nostra esistenza,
assumiamoci le nostre responsabilità e cerchiamo sempre di
migliorare noi stessi e il mondo che ci circonda.
lunedì 18 dicembre 2017
Vegani, tra paure e senso di colpa
Piccola riflessione personale.
La vita dei vegani si configura come una pretesa di basare la loro esistenza su un approccio definito cruelty-free, ovvero senza crudeltà nei confronti degli animali.
Per vivere in questo modo si ritiene necessario acquistare solo alimenti, cosmetici e accessori con il marchio "Vegan". (E qui non mi pronuncio sul fatto che il marketing faccia un ottimo lavoro di vendita.)
Mi sembra che chi scelga questo tipo di filosofia di vita, questo stile alimentare sia mosso essenzialmente da alcune ragioni.
Escludo a priori il fine salutistico-dimagrante, perché non è stato dimostrato che una dieta vegana favorisca la salute o un basso peso corporeo (le correlazioni sono dovute più che altro al fatto che i vegani hanno in genere uno stile di vita più salutare) e rimando a professionisti qualificati la discussione di questo punto.
Quello che mi sembra emergere è un misto di rabbia, sensi di colpa e frustrazione che sono indirizzati verso un obiettivo preciso: la dieta onnivora (e spesso verso anche gli onnivori stessi).
"Purificando" il proprio corpo da ogni elemento derivante dallo sfruttamento animale ci si sente "purificati" anche nello spirito (o meglio, nella coscienza). Mi sembra quasi una sorta di stile di vita catartico che permetta di convivere o di accantonare i propri sensi di colpa, di qualunque natura e genere essi siano, per sviluppare e mostrare al mondo e a se stessi la propria superiorità morale, data appunto dalla rinuncia consapevole ai "piaceri della carne (e del latte, del pesce, delle uova...).
Quindi anche quando vien detto loro che la loro dieta è incompleta, troppo restrittiva entra in azione in loro bias da conferma che fortificherà il loro punto di vista, per mantenere intatto il delicato equilibrio tra sé e l'ambiente.
La vita dei vegani si configura come una pretesa di basare la loro esistenza su un approccio definito cruelty-free, ovvero senza crudeltà nei confronti degli animali.
Per vivere in questo modo si ritiene necessario acquistare solo alimenti, cosmetici e accessori con il marchio "Vegan". (E qui non mi pronuncio sul fatto che il marketing faccia un ottimo lavoro di vendita.)
Mi sembra che chi scelga questo tipo di filosofia di vita, questo stile alimentare sia mosso essenzialmente da alcune ragioni.
Escludo a priori il fine salutistico-dimagrante, perché non è stato dimostrato che una dieta vegana favorisca la salute o un basso peso corporeo (le correlazioni sono dovute più che altro al fatto che i vegani hanno in genere uno stile di vita più salutare) e rimando a professionisti qualificati la discussione di questo punto.
Quello che mi sembra emergere è un misto di rabbia, sensi di colpa e frustrazione che sono indirizzati verso un obiettivo preciso: la dieta onnivora (e spesso verso anche gli onnivori stessi).
"Purificando" il proprio corpo da ogni elemento derivante dallo sfruttamento animale ci si sente "purificati" anche nello spirito (o meglio, nella coscienza). Mi sembra quasi una sorta di stile di vita catartico che permetta di convivere o di accantonare i propri sensi di colpa, di qualunque natura e genere essi siano, per sviluppare e mostrare al mondo e a se stessi la propria superiorità morale, data appunto dalla rinuncia consapevole ai "piaceri della carne (e del latte, del pesce, delle uova...).
Quindi anche quando vien detto loro che la loro dieta è incompleta, troppo restrittiva entra in azione in loro bias da conferma che fortificherà il loro punto di vista, per mantenere intatto il delicato equilibrio tra sé e l'ambiente.
martedì 2 maggio 2017
Le diete come prodotti di consumo
Vorrei citare un passo tratto da "Consumo, dunque sono" di Zygmunt Bauman, uno dei più noti e influenti pensatori al mondo, in cui, parlando della società consumistica e delle sue caratteristiche, presenta i suoi prodotti come illusori e fondati sulla perpetuazione dell'insoddisfazione per rilanciare sempre cose nuove e migliori: "La società dei consumatori cresce rigogliosa finché riesce a rendere perpetua la non-soddisfazione dei suoi membri, e dunque la loro infelicità, per usare il suo stesso termine. Il metodo esplicito per conseguire tale effetto consiste nel denigrare e svalutare i prodotti di consumo poco dopo averli portati alla ribalta nell'universo dei desideri dei consumatori [...] il metodo consiste nel soddisfare ogni bisogno/desiderio/carenza in modo tale che essi non possano che dar luogo a nuovi bisogni /desideri/carenze. [...] il consumismo è anche un' economia dell'illusione. Esso fa leva sulla irrazionalità dei consumatori, non sulle loro previsioni informate e disincantate; punta a suscitare emozioni consumistiche, non a sviluppare la ragione."
Possiamo applicare questo ragionamento a tutti i prodotti, diete del momento comprese: ogni mese ne spunta una nuova "migliore" della precedente, per illuderti che i tuoi problemi spariranno e arriverà l'agognata felicità -soddisfazione.
Ma, naturalmente, si tratta solo di entusiasmo momentaneo e, una volta terminata, si torna presto o tardi al punto di partenza, pronti a sperimentare (e a spendere) per un nuovo "pacchetto".
Possiamo applicare questo ragionamento a tutti i prodotti, diete del momento comprese: ogni mese ne spunta una nuova "migliore" della precedente, per illuderti che i tuoi problemi spariranno e arriverà l'agognata felicità -soddisfazione.
Ma, naturalmente, si tratta solo di entusiasmo momentaneo e, una volta terminata, si torna presto o tardi al punto di partenza, pronti a sperimentare (e a spendere) per un nuovo "pacchetto".
venerdì 31 marzo 2017
Consulente del benessere
Chi è il consulente del benessere?
È un professionista che ha il compito di mettere il cliente nella condizione di poter decidere con consapevolezza della propria vita, aiutandolo a chiarire il significato del suo stile di vita e delle sue abitudini in vista della formulazione e della gestione di un programma che lo aiuti a vivere al meglio ogni aspetto di essa.
Il consulente non è medico né psicoterapeuta perché non mira a intervenire sulla persona in alcun modo ma solo ad informare, a chiarire, a far emergere qualità e risorse positive le quali richiedono una partecipazione attiva del soggetto.
Il consulente fornisce una informazione qualificata, personalizzata e fondata su evidenze scientifiche in materia di cura del corpo e dello spirito a partire dallo svolgimento di attività fisica, tecniche di rilassamento, di respirazione, di meditazione e tutte le modalità con cui una persona può porsi in contatto con la natura e con l'ambiente per migliorare il proprio benessere.
(www.sisb.it)
Ognuno di noi ha in sé molte risorse e capacità da sviluppare per migliorare la sua vita. Il mio compito è quello di farti diventare consapevole di ciò che puoi fare.
consulenze.pagnoncelli@gmail.com
venerdì 10 febbraio 2017
Omeopatici fai da te
Ancora un post sull'argomento omeopatia...posso sembrare insistente ma oggi molte persone senza alcuna competenza medica si mettono a sentenziare nomi latini come allium cepa e a consigliare vivamente e con entusiasmo i più svariati preparati omeopatici perché "funzionano". Tipica situazione: un bimbo è un po' raffreddato o agitato e subito si fa passare la madre per incompetente o ignorante perché non conosce o non da al figlio gli efficacissimi preparati omeopatici e allora giù a elencare strani nomi di granuli o fiale che curerebbero il piccolo perché anche il bambino della sua amica aveva lo stesso disturbo e i granuli l'hanno aiutato.
Se la madre risponde giustamente che non è interessata ad acquistare rimedi omeopatici perché non hanno basi scientifiche allora solitamente si sente rispondere che è di mente chiusa, che invece ci sono tante persone che ne hanno tratto benefici senza effetti collaterali, che i farmaci sono invece dannosi e servono solo ad arricchire le multinazionali, che deve assolutamente provare per credere, che tanto male non fanno, che piuttosto che niente allora è meglio prenderli etc.
Al giorno d'oggi dire semplicemente la verità sull'omeopatia è come ai tempi di Galileo affermare che la Terra gira intorno al Sole: è la verità ma nessuno la vuole e si viene "perseguitati".
Affermare l'inefficacia di questi rimedi significa tirarti addosso un mare di critiche con atteggiamento di superiorità morale e fede cieca nelle proprie convinzioni dai suoi sostenitori.
A queste persone vorrei solo porre alcuni interrogativi: sapete cos'è l'omeopatia? In cosa consiste, dove e quando è nata?
Sapete che nel XIX secolo non esisteva ancora la medicina scientifica ma la gente veniva "curata" essenzialmente con purghe e sanguisughe? Che non si sapeva nulla di chimica dell'acqua e tantomeno della sua memoria?
Se è un farmaco che cura malattie, perché non è sottoposto ai rigidi trial clinici a cui sono sottoposti i farmaci tradizionali?
Come è possibile che non abbia effetti collaterali ma solo positivi? Chi e in base a cosa si decide la posologia?
Se mangio 4 scatole di oscillococcinum tutte in una volta cosa succede? Sono immune all'influenza o muoio per intossicazione da omeopatici?
Perché la camomilla omeopatica è usata per tranquillizzare quando dovrebbe avere invece l'effetto contrario secondo il prinicipio del simile che cura il simile? Stessa cosa vale per l'arnica, che dovrebbe produrre l'infiammazione e non attenuarla.
In che modo un farmaco di sintesi come il paracetamolo può diventare omeopatico e assumere la stessa funzione senza effetti collaterali?
I vegani che assumono questi rimedi sanno che contengono dosi infinitesimali di tessuti animali? Che ovviamente sono stati sfruttati per scopi commerciali?
Se proprio volete continuare a usare questi rimedi vi propongo di farli a casa da soli:
Camomilla omeopatica: una bustina di camomilla del supermercato in infusione in un bicchiere d'acqua. Prendetene una goccia e mettetela in uno shaker, praticate la succussione (agitate lo shaker come fare un cocktail), prelevatene una goccia e ripetete per quante volte volete la diluizione.
Vi propongo anche di provare il caffè omeopatico, tanto male non fa!!!
Se la madre risponde giustamente che non è interessata ad acquistare rimedi omeopatici perché non hanno basi scientifiche allora solitamente si sente rispondere che è di mente chiusa, che invece ci sono tante persone che ne hanno tratto benefici senza effetti collaterali, che i farmaci sono invece dannosi e servono solo ad arricchire le multinazionali, che deve assolutamente provare per credere, che tanto male non fanno, che piuttosto che niente allora è meglio prenderli etc.
Al giorno d'oggi dire semplicemente la verità sull'omeopatia è come ai tempi di Galileo affermare che la Terra gira intorno al Sole: è la verità ma nessuno la vuole e si viene "perseguitati".
Affermare l'inefficacia di questi rimedi significa tirarti addosso un mare di critiche con atteggiamento di superiorità morale e fede cieca nelle proprie convinzioni dai suoi sostenitori.
A queste persone vorrei solo porre alcuni interrogativi: sapete cos'è l'omeopatia? In cosa consiste, dove e quando è nata?
Sapete che nel XIX secolo non esisteva ancora la medicina scientifica ma la gente veniva "curata" essenzialmente con purghe e sanguisughe? Che non si sapeva nulla di chimica dell'acqua e tantomeno della sua memoria?
Se è un farmaco che cura malattie, perché non è sottoposto ai rigidi trial clinici a cui sono sottoposti i farmaci tradizionali?
Come è possibile che non abbia effetti collaterali ma solo positivi? Chi e in base a cosa si decide la posologia?
Se mangio 4 scatole di oscillococcinum tutte in una volta cosa succede? Sono immune all'influenza o muoio per intossicazione da omeopatici?
Perché la camomilla omeopatica è usata per tranquillizzare quando dovrebbe avere invece l'effetto contrario secondo il prinicipio del simile che cura il simile? Stessa cosa vale per l'arnica, che dovrebbe produrre l'infiammazione e non attenuarla.
In che modo un farmaco di sintesi come il paracetamolo può diventare omeopatico e assumere la stessa funzione senza effetti collaterali?
I vegani che assumono questi rimedi sanno che contengono dosi infinitesimali di tessuti animali? Che ovviamente sono stati sfruttati per scopi commerciali?
Se proprio volete continuare a usare questi rimedi vi propongo di farli a casa da soli:
Camomilla omeopatica: una bustina di camomilla del supermercato in infusione in un bicchiere d'acqua. Prendetene una goccia e mettetela in uno shaker, praticate la succussione (agitate lo shaker come fare un cocktail), prelevatene una goccia e ripetete per quante volte volete la diluizione.
Vi propongo anche di provare il caffè omeopatico, tanto male non fa!!!
mercoledì 9 novembre 2016
Il fine giustifica i mezzi?
Dal titolo un po' machiavellico mi riferisco ai numerosi e onnipresenti banchetti di alcune associazioni di beneficienza, che si trovano nelle piazze, nelle vie principali e persino fuori dagli ospedali, quasi per approfittare (io penso) della fragilità delle persone che vi si recano (difficilmente qualcuno si reca in ospedale per fare un giro diverso dal solito e per sorseggiare un bicchierino di caffè dei distributori).
Quello che scrivo, premetto, si tratta solo di una mia opinione personale, dettata da una mia riflessione contaminata certamente da una dose di esasperazione.
Il fatto che dei giovani ragazzi vogliano applicarsi per migliorare la vita di persone in condizioni di svantaggio è davvero ammirevole e potrebbe essere visto quasi come un dovere civico, l'importante è però mantenere un codice di comportamento eticamente corretto.
Ci sono passata davanti migliaia di volte a questi banchetti e la loro "strategia" è lampante: addocchiare persone sole, preferibilmente ragazze giovani o signori di una certa età, oppure qualcuno che appaia "adescabile", insicuro e che abbia paura di esporre un rifiuto.
Dopodiché si passa all'attacco: una firma per aiutare questi o quelli?? E poi la firma è ovviamente una scusa per spillare soldi, e non pochi spiccioli che uno ha in tasca ma banconote multiple di 5 o 10 euro.
E poi le solite frasi per farti capire che quello che stai facendo è davvero utile per questi e quelli....che la tua donazione deve essere il meglio che puoi fare....in modo tale che sborsi il più possibile.
E se rifiuti di donare ti rifilano di insulti e ti inquadrano come un egoista che non ha tempo di pensare alle persone in situazioni difficili e con problemi. (Naturalmente tutto ciò urlando a cielo aperto con la gente che passa e sente tutto)
Ecco il problema, ecco dove serve un codice etico di comportamento. Il problema non è se i ragazzi che siano lì prendano o meno una commissione sulle "vendite", quello non è dato sapere, piuttosto il modo aggressivo e subdolo con il quale affrontano le persone, approfittando della loro insicurezza o del loro buon cuore.
Questa cosa davvero non la sopporto, per ottenere soldi (seppur per nobili cause) è lecito ogni mezzo? Anche una sorta di costrizione che fa leva sulla debolezza di una persona che non sa dire di no?
E se magari questa persona è in una situazione di difficoltà anche peggiore di quella per cui si cercano soldi?
Mi è capitato di assistere a questa scena.
Fuori dall'ospedale il banchetto per le "firme" per aiutare i tossico- dipendenti, la ragazza cerca di agganciare un ragazzo con l'aria preoccupata e, sentitasi un rifiuto, lei proclama ad alta voce che lui non abbia tempo per pensare alle persone con problemi e in difficoltà. Il ragazzo allora le risponde che gli hanno appena diagnosticato un probabile linfoma (cancro con aspettativa di vita dai 5 ai 10 anni nei migliori dei casi), e la ragazza ovviamente ha tacciuto sconvolta.
Quello che voglio sottolineare è che l' impegno nel sociale deve essere, come già ribadito in precedenza, quasi un dovere civico, che però deve essere libero in modo tale che ognuno possa aiutare a proprio modo e sempre nel rispetto degli altri e delle loro scelte, qualsiasi esse siano.
Solo allora un dono può essere tale: deve derivare da una scelta libera e soprattutto consapevole della persona, non dettato da ansie sociali o pressione esterne, per qualsivoglia fine.
Penso che un modo migliore sia distribuire libere informazioni sui progetti che si intendono fare e sull'associazione interessata. Sarà poi la persona che deciderà o meno se contribuire a finanziare o diventare anche volontario partecipante alle iniziative.
Quello che scrivo, premetto, si tratta solo di una mia opinione personale, dettata da una mia riflessione contaminata certamente da una dose di esasperazione.
Il fatto che dei giovani ragazzi vogliano applicarsi per migliorare la vita di persone in condizioni di svantaggio è davvero ammirevole e potrebbe essere visto quasi come un dovere civico, l'importante è però mantenere un codice di comportamento eticamente corretto.
Ci sono passata davanti migliaia di volte a questi banchetti e la loro "strategia" è lampante: addocchiare persone sole, preferibilmente ragazze giovani o signori di una certa età, oppure qualcuno che appaia "adescabile", insicuro e che abbia paura di esporre un rifiuto.
Dopodiché si passa all'attacco: una firma per aiutare questi o quelli?? E poi la firma è ovviamente una scusa per spillare soldi, e non pochi spiccioli che uno ha in tasca ma banconote multiple di 5 o 10 euro.
E poi le solite frasi per farti capire che quello che stai facendo è davvero utile per questi e quelli....che la tua donazione deve essere il meglio che puoi fare....in modo tale che sborsi il più possibile.
E se rifiuti di donare ti rifilano di insulti e ti inquadrano come un egoista che non ha tempo di pensare alle persone in situazioni difficili e con problemi. (Naturalmente tutto ciò urlando a cielo aperto con la gente che passa e sente tutto)
Ecco il problema, ecco dove serve un codice etico di comportamento. Il problema non è se i ragazzi che siano lì prendano o meno una commissione sulle "vendite", quello non è dato sapere, piuttosto il modo aggressivo e subdolo con il quale affrontano le persone, approfittando della loro insicurezza o del loro buon cuore.
Questa cosa davvero non la sopporto, per ottenere soldi (seppur per nobili cause) è lecito ogni mezzo? Anche una sorta di costrizione che fa leva sulla debolezza di una persona che non sa dire di no?
E se magari questa persona è in una situazione di difficoltà anche peggiore di quella per cui si cercano soldi?
Mi è capitato di assistere a questa scena.
Fuori dall'ospedale il banchetto per le "firme" per aiutare i tossico- dipendenti, la ragazza cerca di agganciare un ragazzo con l'aria preoccupata e, sentitasi un rifiuto, lei proclama ad alta voce che lui non abbia tempo per pensare alle persone con problemi e in difficoltà. Il ragazzo allora le risponde che gli hanno appena diagnosticato un probabile linfoma (cancro con aspettativa di vita dai 5 ai 10 anni nei migliori dei casi), e la ragazza ovviamente ha tacciuto sconvolta.
Quello che voglio sottolineare è che l' impegno nel sociale deve essere, come già ribadito in precedenza, quasi un dovere civico, che però deve essere libero in modo tale che ognuno possa aiutare a proprio modo e sempre nel rispetto degli altri e delle loro scelte, qualsiasi esse siano.
Solo allora un dono può essere tale: deve derivare da una scelta libera e soprattutto consapevole della persona, non dettato da ansie sociali o pressione esterne, per qualsivoglia fine.
Penso che un modo migliore sia distribuire libere informazioni sui progetti che si intendono fare e sull'associazione interessata. Sarà poi la persona che deciderà o meno se contribuire a finanziare o diventare anche volontario partecipante alle iniziative.
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